La storia di una città unica raccontata dal suo ex Sindaco – di Sondra Coggio
26 Ottobre 2020 – 23:02 | No Comment

Il Secolo XIX, 23 ottobre 2020
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Israele può sconfiggere Hamas ma il rischio è lo Jihad

a cura di in data 29 Luglio 2014 – 19:21Nessun commento
Palestina, Jenin (2011) (foto Giorgio Pagano)

Palestina, Jenin (2011)
(foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 20 Luglio 2014 – In meno di 48 ore, da quando Israele ha lanciato l’invasione da terra nella striscia di Gaza, sono stati uccisi 110 palestinesi. Mentre scrivo -è sabato- il bilancio di 12 giorni di offensiva israeliana è salito a 342 morti, tra raid aerei e bombardamenti da mare e da terra. Molti erano bambini. Il numero dei feriti nella striscia è 2500. Le vittime israeliane sono 5.
La situazione è disperata. Solo poche settimane fa sembrava che la speranza fosse rinata, poi è precipitato tutto. La sequenza è impressionante. Il 23 aprile Fatah e Hamas firmano l’accordo che porta, il 2 giugno, alla costituzione di un Governo di unità nazionale palestinese. Il Governo israeliano reagisce interrompendo i colloqui di pace con l’Autorità Nazionale Palestinese. Il 27 aprile, giorno in cui in Israele si celebra il ricordo della Shoah, Abu Mazen, Presidente dell’Anp, dichiara che “l’olocausto è stato il più odioso crimine contro l’umanità dei tempi moderni”. L’8 giugno l’incontro ai Giardini Vaticani, preparato dalla visita di Papa Francesco in Israele e Palestina. Il 12 giugno il rapimento di tre ragazzi israeliani a Hebron, in Palestina, trovati uccisi il 30 giugno. Il 2 luglio, a Gerusalemme est, un ragazzo palestinese viene bruciato vivo. Inizia l’escalation: lanci di razzi dalla striscia su Israele, incursioni aeree di Israele sulla striscia, l’invasione da terra. Ancora una volta la tragedia del dolore esplode a Gaza.

Bisogna indagare sulla svolta rappresentata dall’assassinio dei tre ragazzi israeliani a Hebron. Sono stato più volte a Hebron, quello che ho visto fa rabbrividire. Qui l’occupazione israeliana non si è limitata a edificare un insediamento coloniale (Kyriat Arba, sulla collina di fronte a Hebron), ma ha preso direttamente possesso di una parte della città stessa. Hebron è dove è sepolto Abramo e dove David è stato proclamato re. Con queste motivazioni, poche centinaia di estremisti religiosi israeliani si sono insediati dentro la città. La strada principale, Shuhada Street, è chiusa da vent’anni ai palestinesi: i negozi sono sbarrati, alzando la testa si scopre una grande rete dove viene depositata la spazzatura gettata dall’alto dai coloni. Sulle porte e sui muri c’è scritto “Arabi al gas”. Il crimine verso i tre ragazzi è nato in questo contesto. Hamas non c’entra: i responsabili sono alcuni membri di una tribù, quella dei Qawasameh, che ha 80 membri della famiglia detenuti in Israele. Volevano probabilmente uno scambio di prigionieri, ma hanno agito senza il consenso della leadership di Hamas a Gaza. In Cisgiordania Hamas non controlla i suoi e tanto meno le schegge più estremiste, e non ha la forza né politica né militare per richiamarli all’ordine o anche per condannare i loro gesti, perché prigioniera della sua stessa retorica di lotta senza tregua a Israele. L’assassinio dei tre ragazzi è stato anche uno smacco alla leadership politica di Hamas. In grande difficoltà politica ed economica, senza più l’appoggio dell’Egitto e della Siria, in questo momento essa di tutto aveva bisogno meno che di un crimine così efferato, che ha fatto saltare il tentativo della riappacificazione con Fatah e di essere “sdoganati” dalla diplomazia internazionale. Hamas in questo momento non avrebbe voluto la guerra; ma è prigioniera della retorica, e dopo il crimine di Hebron e la reazione israeliana, era in trappola. Il rischio è ormai evidente: la crisi di Hamas e il precipizio jihadista e qaedista, appoggiato dall’avanzata di Isil in Iraq e dalla costituzione del “Califfato islamico” sulla dorsale Mosul-Aleppo. Va aggiunto che l’uccisione dei tre ragazzi ha dato un colpo mortale anche a Abu Mazen, all’Anp e a Fatah: perché Hebron è in Cisgiordania, e avrebbe dovuto essere controllata dai servizi dell’Anp. Abu Mazen è schiacciato tra Israele, che lancia il messaggio che il suo ruolo è quello di garantire la sicurezza di Israele e non di esercitare una sovranità e fa un’azione costante di delegittimazione nei suoi confronti, e Hamas, che lo accusa di essere un “collaboratore” di Israele e un “traditore”. Intanto le cellule jihadiste crescono anche in Cisgiordania… Il quadro dovrebbe essere chiaro per Israele: Netanyahu può vincere una battaglia -contro Hamas- ma perdere la guerra con il nuovo nemico jihadista, rafforzato dalla radicalizzazione di altri giovani palestinesi, ancora più difficile da combattere e da sconfiggere. Può cioè indebolire Hamas ma favorire gruppi molto più estremisti. E allora la situazione peggiorerebbe ancora.

Israele, lago di Tiberiade (2011) (foto Giorgio Pagano)

Israele, lago di Tiberiade (2011)
(foto Giorgio Pagano)

Ma anche la leadership israeliana è in trappola. Le mancano, dice David Grossman, uno dei più grandi scrittori contemporanei e “voce” di generazioni di israeliani che alla pace non hanno mai smesso di credere, il “coraggio” e la “speranza”: “Netanyahu non crede veramente alla possibilità di un accordo con i palestinesi e tantomeno nella soluzione dei due Stati. Non si tratta solo dell’accordo con i palestinesi: la sua è una visione del mondo cupa, difensiva, in cui non c’è posto per la fiducia necessaria ad andare avanti per arrivare a un’intesa. Non che non abbia precedenti storici su cui basarsi, gli ebrei sono stati perseguitati per migliaia di anni, ma proprio in questo periodo la soluzione potrebbe essere favorevole. Dei Paesi vicini a Israele, che ne invocavano la distruzione, è rimasto solo l’Iran. Tutti gli altri, Siria, Egitto, Iraq adesso sono troppo impegnati nelle loro faccende interne per aprire un nuovo fronte”. La dottrina egemone in Israele è identitaria e manichea, insofferente verso ogni forma di compromesso e di mediazione. Non è solo fanatismo religioso, è islamofobia: l’idea che gli arabi musulmani siano per loro natura inaffidabili, e quindi da sottomettere. E’ stato l’altro grande scrittore israeliano, Amos Oz, a paragonare ai “neonazisti europei” gli estremisti ebrei che aggrediscono gli arabi o imbrattano di scritte odiose chiese e moschee. Mentre lo storico Zeev Sternhell ha denunciato che l’idea di pace si è deformata fino a concepirla possibile solo quando gli arabi accettino il loro status di inferiorità. E’ chiaro, quindi, che in questo contesto prenda ormai corpo, al posto della soluzione dei due Stati, l’idea di uno Stato binazionale, rabbinico o messianico, di apartheid verso gli arabi. Ecco perché Netanyahu ha fatto di tutto per far saltare la ritrovata unità palestinese, che pure era avvenuta sulla base dell’accettazione da parte di Hamas, per la prima volta, dello Stato palestinese sui territori occupati da Israele nel 1967. Che la pace per Netanyahu sia solo sottomissione dei palestinesi è evidente: fa andare avanti i progetti di colonizzazione, propone di costruire sempre più nuovi muri che chiudono Israele in una fortezza di cemento e i palestinesi nei ghetti, stanzia risorse immense per spingere gli ebrei europei a trasferirsi in Israele, al fine di battere gli arabi anche sul terreno della demografia… Il crimine di Hebron e i lanci dei razzi da Gaza non giustificano la guerra e l’uccisione di civili, donne e bambini. Anche perché, dice Grossman, “la violenza non genera altro che una violenza ancora più grande”. Se Israele annientasse Hamas chi ne sarebbe il successore? Certamente non Fatah e l’Anp. Più probabilmente la nuova nebulosa jihadista del “Califfato”.

Il ruolo della comunità internazionale, in questo quadro così buio, potrebbe essere decisivo. Ma si è ormai spento da anni. Non mi riferisco solo agli Stati Uniti, sempre più riluttanti a impegnarsi in un’area che considera sempre più di minore importanza strategica per i suoi interessi economici dopo la rivoluzione dello “shale gas” (ricavato dalle rocce), ma anche all’Unione europea, ferma nell’attendismo da troppo tempo perché divisa al suo interno. La nuova tragedia di Gaza è anche figlia di questa inazione e dell’ipocrisia americana ed europea. Per questo è urgente che i cittadini si facciano sentire: per chiedere la fine della guerra e per far ripartire un negoziato vero che porti all’unica soluzione possibile, il riconoscimento dello Stato palestinese nella sicurezza dei due popoli.

lucidellacitta2011@gmail.com

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