Presentazione di “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni sessanta alla Spezia e provincia” di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello, Sabato 20 agosto alle ore 21 nel piazzale della parrocchia di S. Andrea a Levanto
11 Agosto 2022 – 22:09

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“In ciò che noi crediamo Dio è risorto”. Storia di Giorgio Mazzacua

a cura di in data 3 Agosto 2022 – 21:35Nessun commento

Giorgio Mazzacua con i giovani della FUCI – 1965 – archivio Di Vizia

Città della Spezia, 3 luglio 2022

Nei giorni scorsi ci ha lasciati Giorgio Mazzacua, prima sacerdote poi teologo cattolico: una figura chiave per comprendere il cattolicesimo spezzino, il “Sessantotto ecclesiale” e il movimento per il rinnovamento della Chiesa.
Alle origini di tutto vi fu un papa: Giovanni XXIII. Nominato nel 1958, tentò di instradare la Chiesa in una nuova direzione, con l’apertura del Concilio Vaticano Secondo (1962) e con la sua ultima enciclica, la “Pacem in terris” (1963), un invito alla conciliazione internazionale e alla cooperazione tra persone di diverso credo ideologi­co.
Il pontificato giovanneo ebbe un effetto dirompente su tutto l’associazionismo cattolico, spingendo all’aggiornamento dell’analisi della società e all’apertura. Non incoraggiò direttamente la “contestazione”, ma fece capire a tutti la vastità del cambiamento storico in corso.
Giorgio Mazzacua, spezzino, si formò all’Università Gregoriana di Roma, per tornare a Spezia nel 1958, come insegnante al Seminario di Sarzana. Leggiamo un brano della sua testimonianza nel libro “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia”, scritta in terza persona:

“Nel 1958 il suo rientro a Sarzana, come insegnante al Seminario, coincise con la morte di Pio XII e la elezione a Papa di Giovanni XXIII. L’operato e il magistero di Pio XII furono sottoposti a severi giudizi, a forti riserve e a decise critiche, anche tra i superiori del Seminario. Questo svelò allo scrivente, allora molto giovane, che se è possibile rivolgere una critica a un Papa morto deve essere altrettanto possibile rivolgerla a un Papa vivo. Così divenne per lui abituale il comporta­mento ispirato a quella libertà di pensiero che era stata precedentemente acquisita; amplificata, poi, dall’incontro dell’ambiente universitario statale, avvenuto con la sua iscrizione alla Facoltà di Scienze Matematiche a Pisa.
Nel 1964 lo scrivente fu incaricato di seguire, come Assistente spirituale, il movimento diocesano della FUCI (in questo contesto incontrò e collaborò con padre Damarco) e nel 1966 anche quello della Gioventù Femminile di Azione Cattolica; nel 1965 gli era stato affidato l’insegnamento della religione nella scuola statale. Il clima culturale trovato nell’Azione Cattolica era quello testimoniato dall’inno che veniva cantato: ‘… Bianco Padre che da Roma – ci sei meta, luce e guida …’. Forse, in origine, questo rappresentava una specie di reazione alla mira egemonica del fascismo sulla gioventù; tuttavia quel clima restava, nonostante il fascismo fosse caduto ormai da molto tempo!
Quegli anni segnarono per lui una intensa ed entusiastica scoperta -insieme ai giovani che seguiva, e con il loro intelligente apporto- di quei nuovi valori che il Concilio con fatica andava proponendo (era apparsa la battuta: ‘Non c’è ‘ringiovanimento’ che non sia ‘ringiovannimento’’).
Si organizzavano incontri improntati al rinnovamento di idee, di metodologie e di attività; si ri­scopriva l’entusiasmo dell’impegno personale, la gioia di ritrovare un senso per la propria vita, nella libertà della propria coscienza e nella coerenza con le proprie scelte; si sperimentava la bellezza dell’in­contro dell’intelligenza e dell’azione con la progressiva conquista della libertà personale”.

Preparato dagli anni Sessanta, esplose il Sessantotto, che abbatté steccati antichi e favorì lo sviluppo delle tendenze, che già vi erano, alla rottura dell’unità politica dei cattolici e a una nuova collocazione e formazione dei mi­litanti provenienti da quel mondo. Ciò avvenne anche nell’Azione Cattolica e nella FUCI, l’associazione degli universitari cattolici. E avvenne anche a Spezia.
Nel libro è pubblicata una lettera del 29 aprile 1968, rinvenuta negli archivi, scritta dal Centro Diocesano Unione Donne di Azio­ne Cattolica della Spezia, che rivolse un appello alle elettrici a votare DC alle elezioni del maggio. La lettera provocò un terremoto, ricostruito grazie a documenti e testimonianze. Leggiamo un brano di quella di Giorgio Mazzacua:

“Nel 1968 la Giunta diocesana, in riunione comune, aveva stabilito che nessun movimento avrebbe dovuto interferire nelle elezioni, ma il movimento delle donne di Azione Cattolica non si attenne all’impegno. Il disappunto per l’accaduto portò a una richiesta di spiegazioni, sottoscritta da tutti i dirigenti e dagli Assistenti spirituali degli altri movimenti. Questo, non gradito al Vescovo, lo indusse a togliere il loro incarico agli Assistenti e ad imporre a ciascuno dei dirigenti laici l’alternativa tra ritirare la firma o rinunciare all’incarico: tutti i dirigenti decaddero, e dominò una diffusa profonda delusione, anche perché la decadenza dagli incarichi non era legata a giudizi negativi sul merito delle attività da loro proposte, ma solo da motivazioni politiche”.

Nacque, nell’Azione Cattolica e nella Fuci, il “dissenso”. Racconta Rosanna Casella, allora Presidente diocesana della Gioventù Femminile di Azione Cattolica e membro della Giunta diocesana:

“Con le forzate dimissioni della Giunta diocesana, iniziò una attività continuativa a quella preceden­te ma con maggiore libertà di sperimentare forme nuove di preghiera e di culto, fuori delle sedi ufficiali. Nacque un movimento spontaneo dei ‘fuoriusciti’ dall’Azione Cattolica e dalla FUCI. Un gruppo del ‘dissenso’. Si realizzavano le ‘messe dei giovani’, ospitate in sedi offerte da Parroci aperti e consen­zienti, con lettura dei testi e commenti preparati durante la settimana, con canti nuovi -molto signifi­cativi rispetto alla attualità che stiamo vivendo- accompagnanti con chitarre e percussioni. Le Letture venivano commentate da tutti i presenti senza limiti di tempo, l’Eucaristia veniva data sotto le due specie, ecc.; si creò un grande affiatamento tra i giovani di questo gruppo, giovani che credevano nel Concilio e speravano vivamente nel rinnovamento della Chiesa. Si susseguivano incontri, conferenze, dibattiti, cineforum, si cominciò la sperimentazione delle “cene di digiuno”: erano serate di incontro a carattere culturale-religioso tra i giovani della FUCI (maschi e femmine) proposte da Pietro Lazagna, arrivato da poco a Spezia e subito inserito nell’ambiente cattolico ‘progressista’ locale. Consistevano, per cena, in un piatto di riso in bianco (non ricordo se condito o no) preparato durante le discussioni, per il quale si lasciava una offerta per iniziative di beneficenza”.

In questa “festa dell’incontro” -tale fu il Sessantotto ovunque, nelle scuole e nelle fabbriche come nelle Chiese- nacque il bellissimo amore tra Giorgio e Rosanna, raccontato nel libro con le loro diversamente bellissime parole. Queste quelle di Giorgio:

“Intanto in lui erano maturate alcune convinzioni:
– Il sacerdote, nei tempi moderni, con estrema difficoltà può svolgere la sua azione di consigliere spi­rituale, principalmente perché privo di esperienza nel lavoro, negli impegni sociali e nella famiglia, momenti decisamente importanti nella vita di oggi; ma anche per una certa incompatibilità tra le caratteristiche della sua formazione umana, ricevuta nel contesto culturale ecclesiastico, e quella evan­gelica alla quale si dovrebbe ispirare nel suo servizio ministeriale.
– Il ministero sacerdotale e l’amore nel matrimonio non sono tra loro in contrasto; anzi quest’ultimo potrebbe in certi casi offrire un aiuto al potenziamento del primo.
– L’impegno svolto nell’Azione Cattolica a scoprire ed evolvere insieme idee ed attività, capaci di far maturare la fede -impegno che si è trovato improvvisamente e forzatamente interrotto- aveva fatto sognare possibilità alternative per continuarlo (esperienze di case-famiglia allargate, ecc.); tra esse si era andata sviluppando quella di condividere la vita, in una nuova esperienza di amore, con una delle ragazze con le quali aveva lavorato -Rosanna Casella- per altro con profonda intesa, sempre con piena correttezza e senza doppi fini”.

Camaldoli, Coro dei monaci, matrimonio di Giorgio Mazzacua e Rosanna Casella – 2 ottobre 1971 – archivio famiglia Mazzacua

Giorgio andò a fare l’operaio in fabbrica, il Vescovo gli chiese di rinunciare al sacerdozio, ma Giorgio si oppose, perché riteneva il sacerdozio e l’amore compatibili tra loro: “sarebbe stato di­sposto ad abbandonare il presbiterato solo se fosse stato ufficialmente espulso”.
Lo stallo fu superato solo nel 1971, quando due sacerdoti chiesero per lui la dispensa. Il 2 ottobre di quell’anno Giorgio e Rosanna si sposarono nel monastero di Camaldoli: un matrimonio memorabile, non solo per loro.
Nel corso degli anni Settanta furono, nella nostra diocesi, dodici i sacerdoti che lasciarono: Gianfranco Currarino, Mario Fiorentini, Renato Francesconi, Aldo Landi, Giorgio Mazzacua, Adamo Monteverdi1, Giancarlo Mori, Giovanni Passarella, Lino Pigoni, Adriano Pini, Romeo Rossetti, Enrico Traversaro. Tutti ebbero una bella storia d’amore, coronata con il matrimonio. Le loro storie sono un libro nel libro, e fanno davvero riflettere.
Uno di loro, Adriano Pini, dice:

“Allora le autorità della Chiesa non seppero valorizzare il fervore di quegli anni. Noi volevamo vivificare la comunità ecclesiale: sono stati costretti ad andarsene preti bravi, molto bravi, e non parlo di me ma degli altri. E si sono allontanati tanti laici credenti, che frequentavano le associa­zioni e i gruppi. Altri sacerdoti sono rimasti nella Chiesa, ma emarginati. Eravamo tutti impegnati a sburocratizzare la Chiesa, la sua gerarchia medievale. È stata una perdita enorme per la Chiesa”.

Giorgio Mazzacua, laureato in logica matematica, si dedicò all’insegnamento e continuò gli studi teologici, che discuteva con altri studiosi e amici negli incontri annuali nell’antico casale della famiglia di Giorgio, alle Ferriere di Carrodano. La Chiesa lo aveva cacciato per sempre:

“Lo scrivente, rientrato in Diocesi nel 1978 dopo un soggiorno a Milano, è stato volutamente ignorato nei successivi quarant’anni, nonostante si sia presentato ai primi due Vescovi che erano subentrati, per dare un cenno di disponibilità al dialogo; nessuno di loro e dei successori ha mai manifestato interesse ad incontrarlo. Si è quindi trovato -e si è tenuto lui stesso- fuori dell’ambiente della co­munità ecclesiale”.

Fu davvero una “perdita enorme”. Ancora oggi è così, in tutto il mondo. Nei mesi scorsi la Chiesa tedesca ha fatto un passo storico: l’86% dei membri del Sinodo riunito a Francoforte si è pronunciato a favore dell’abolizione del celibato dei preti e dell’ammissione delle donne al sacerdozio. Il Sud del mondo è all’avanguardia nella proposta di rinnovamento: nel documento del Sinodo sull’Amazzonia del 2019 è proposto di ordinare sacerdoti anche uomini sposati, per supplire alla mancanza di clero in quella immensa regione. Il documento approvato nei mesi scorsi dalla Conferenza episcopale del Congo dice ai preti con figli di scegliere questi ultimi rispetto al sacerdozio. “I preti sposati sono il futuro della Chiesa” e non “preti dalla doppia vita”, sottolinea il Movimento internazionale dei sacerdoti sposati.
Il “dissenso ecclesiale” del Sessantotto, sconfitto negli anni Settanta, ha lasciato segni difficili da cancellare. Le pulsioni vitali di allora ci parlano ancora. Ci parlano le storie dei preti costretti a lasciare la Chiesa. Ci parlano le fonti alte della teologia conciliare e post-conciliare e, a livello più “basso”, il terzomondismo, l’anti-razzismo e il pacifismo del “dissenso ecclesiale”. E le sue canzoni: da “We shall overcome” a “Blowin’ in the Wind”, dalle sonorità afro-liturgiche della “Missa Luba” (un brano della quale fu inserito da Pasolini nel film del 1964 “Il Vangelo secondo Matteo”) alle Messe Beat.
Ben espressiva di queste pulsioni vitali è la canzone di Francesco Guccini “Dio è morto” (1967):

È un Dio che è morto
Nei campi di sterminio, Dio è morto
Coi miti della razza, Dio è morto
Con gli odi di partito, Dio è morto

Ma penso
Che questa mia generazione è preparata
Che questa mia generazione è preparata
A un mondo nuovo e a una speranza appena nata,
Ad un futuro che ha già in mano,
A una rivolta senza armi,
Perché noi tutti ormai sappiamo
Che se Dio muore è per tre giorni
E poi risorge,
In ciò che noi crediamo Dio è risorto,
In ciò che noi vogliamo Dio è risorto,
Nel mondo che faremo Dio è risorto.

Ci sono canzoni divine senza essere sacre. Come “California Dreamin” dei The Mama’s and The Papa’s (1965), l’inizio del nuovo esistenzialismo del peace & love. L’atmosfera mistica che pervade la canzone è inebriante, così le voci, evocative e potenti come un coro di chiesa:

Bloccato in una chiesa
Ho percorso la navata
Mi sono inginocchiato
(Mi sono inginocchiato)
E volevo pregare
(Volevo pregare).

Nella deriva antiumanistica di questi anni il “nucleo caldo” della rivoluzione “pre-politica” del Sessantotto conserva tutta la sua rilevanza critica.
Come è stato detto il 23 giugno, nel toccante Commiato a Giorgio, restano la disobbedienza e l’eresia:

Disobbediente
 Disobbedienza – Oshio

La disobbedienza richiede un’intelligenza leggermente superiore.
Qualsiasi idiota può essere obbediente, anzi, solo gli idioti possono essere obbedienti.
Non significa disobbedire solo per disobbedire, anche quello sarebbe pure idiota.
La persona intelligente si chiederà prima o poi: PERCHE ’perché devo fare questa cosa? Se i motivi sono irragionevoli e le conseguenze negative, non voglio essere coinvolto.
Così si diventa responsabili di sé.

Eretico
Eresia: la parola viene dal greco e vuol dire scelta.
Eretico è la persona che sceglie

Ci vorrebbe oggi un pizzico di eresia, quella folle immaginazione che porta il pensiero apparentemente fuori strada, quel coraggio di dire che diventa un contro-canto e si erge tra la massa a indicare nuove vie per nuove soluzioni. In questo momento di “crisi”, che è anche crisi di valori, divisione sociale, confusione, occorre uscire dal teatrino e cercare l’essenziale.

Restano il sorriso gentile e l’altruismo di Giorgio, come ha scritto Rosanna nella sua ultima poesia:

Al confine

Stiamo camminando assieme
mano nella mano.
Ti accompagno al confine.
Lì, avverrà la muta.
Ti spoglierai della tua veste mortale
per indossare quella
invisibile, eterna.
Lascerò la tua mano e la passerò
a quel Dio
al quale ti sei affidato
e che ti ha sempre accompagnato.

La tua riservatezza,
la sensibile attenzione agli altri,
tutti i sorrisi che hai seminato
germoglieranno e fioriranno.
Nascerà un prato di gentilezza.
I frutti d’amore che verranno
saranno la tua eredità
semplice enorme contributo all’umanità.

Rosanna
11 giugno 2022

Post scriptum:
nella foto in alto Giorgio Mazzacua è ritratto con i giovani della FUCI (la foto, dell’archivio di Diego Di Vizia, è del 1965); la foto in basso è del matrimonio di Giorgio Mazzacua e Rosanna Casella (Camaldoli, Coro dei monaci – 2 ottobre 1971, archivio della famiglia Mazzacua)

lucidellacitta2011@gmail.com

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