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Il waterfront e la cultura

a cura di in data 5 Ottobre 2014 – 21:09Nessun commento
"La Spezia, il ponteThaon di Revel", mostra fotografica "Il mare, la sua vita, il suo contesto", Lerici, Circolo della vela Erix, 19-28 settembre 2014 (2013) (foto Giorgio Pagano)

“La Spezia, il ponteThaon di Revel”,
mostra fotografica “Il mare, la sua vita, il suo contesto”,
Lerici, Circolo della vela Erix, 19-28 settembre 2014
(2013) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 28 settembre 2014 – Il quartiere di Amsterdam – Noord sorge a brevissima distanza dal cuore di Amsterdam. Separata dal resto della città dal fiume IJ, la zona è una delle più antiche di Amsterdam. Le banchine portuali sulla sponda settentrionale dell’IJ, prima occupate da cantieri di costruzione navale e da industrie, ospitano ora imprese culturali e creative, e festival ed eventi tutto l’anno. Ci sono atelier di artisti, la sede di MTV, vecchie navi trasformate in hotel, edifici industriali recuperati e arricchiti dall’architettura contemporanea… Johanna van Antwerpen, fondatore ed ex direttore di Amsterdam Innovation Motor, ha raccontato l’esperienza di Amsterdam – Noord al meeting internazionale “Switch on. Costruamo insieme l’Europa creativa”, tenutosi nei giorni scorsi a Ravenna. “Ci sono oltre 2.000 imprese di creativi, nuove imprese sono sorte anche dopo la crisi economica, dando un contributo decisivo all’occupazione”, ha spiegato la van Antwerpen.

Sempre a “Switch on” Jean Rehders, project manager di Hamburg Kreativ Gesellschaft, ha presentato il processo in corso ad Amburgo per trasformare l’area di Oberhafen, una ex stazione merci, in un nuovo distretto creativo come parte del nuovo distretto emergente di Amburgo Hafencity, dove è in corso uno dei più grandi progetti europei di riqualificazione urbanistica in ottica ecosostenibile, che ha fatto eleggere la città sull’Elba “European Green Capital” nel 2011. I capannoni dei docks di Oberhafen sono stati recuperati per diventare “residenze creative”. “E’ stato fatto un bando e sono stati scelti 10 progetti”, ha spiegato Rehders, “ora la sfida è creare una comunità composta dai creativi selezionati”. Sia ad Amsterdam – Noord che a Oberhafen il pubblico ha avuto un ruolo determinante nella trasformazione urbana, poi ha cercato e incentivato la presenza dei privati, e a poco a poco si ritrarrà, come è giusto che sia.

Sono due esempi, tra i tanti possibili, di realizzazione dei waterfront europei. Io ero, a “Switch on”, il terzo relatore, con il compito di spiegare che cosa sta accadendo nel nostro Paese (il testo integrale della mia relazione è leggibile su www.associazioneculturalemediterraneo.com). Ho parlato di “assedio edilizio” e di “catenacci ben chiusi”, riferiti ai pochi casi in cui, da noi, si è realizzato qualcosa. E’ il caso, per esempio, di Livorno: in una parte dell’area dismessa un nuovo cantiere di minori capacità ha sostituito il cantiere preesistente, senza possibilità di apertura alla città; mentre nell’altra parte si sono costruiti residenze e negozi. E ho parlato, ancora, della tendenza a distruggere, invece che a recuperare, il patrimonio industriale dismesso, come nel caso del Porto Franco Vecchio di Trieste. Per fortuna il piano precedente, che prevedeva la distruzione di tutto l’esistente e la sua sostituzione con nuove edificazioni, non è stato attuato, e la nuova idea progettuale prevede il restauro e la messa a norma, con impegno finanziario molto più contenuto. La preservazione del patrimonio storico-architettonico di un paesaggio d’acqua significa -ho aggiunto- conservarne l’identità, enfatizzarne le caratteristiche peculiari e dare continuità alla storia. E anche evitare il rischio della “standardizzazione” omologante dei waterfront, tutti assimilati a una sorta di parco tematico postmoderno, senza compresenza di “locale” e “globale”.

"La Spezia, il ponteThaon di Revel" (2013) (foto Giorgio Pagano)

“La Spezia, il ponteThaon di Revel”
(2013) (foto Giorgio Pagano)

Ma, evidenziate queste criticità, come cambiare la rotta? Come fronteggiare il problema emerso in Italia in questi anni, cioè il contrasto tra i tanti, ambiziosi, progetti presentati, e l’esiguità delle realizzazioni? La mia tesi, in sostanza, è la seguente: l’obbiettivo dei waterfront deve essere la riappropriazione e la fruizione libera e continuativa degli spazi da parte dei cittadini e dei turisti; gli spazi devono essere pubblici: percorsi pedonali e ciclabili, funzioni culturali, itinerari naturalistici; l’intervento privato è un fatto positivo, a patto di non rinunciare al requisito fondamentale, cioè l’accesso pubblico; dopo l’esplosione della bolla immobiliare la “leva” dei waterfront non può più essere -per fortuna!- la mera espansione edilizia, ma deve essere la cultura creativa, come ad Amsterdam, Amburgo e in altre città d’acqua europee. Se le città del futuro sono le città creative, che detengono forti risorse culturali ed identitarie, allora le città con i waterfront hanno più potenzialità di altre, perché luoghi scambiatori di cultura per eccellenza. I waterfront come “distretti creativi”: ecco dunque la “pista” da esplorare. Nei “distretti” trovano collocazione non solo i contenitori culturali “tradizionali” ma anche le “residenze creative”, i “centri per la creatività”, i luoghi in cui sperimentare forme di nuovo mutualismo e di co-working… Naturalmente tutto questo è possibile se ci sono anche risorse pubbliche. Il che presuppone una scelta neokeynesiana di investimenti pubblici che oggi, purtroppo, non appare all’ordine del giorno dei Governi europei e italiano. Del resto le celebrate operazioni di Barcellona, Lisbona, Genova e Siviglia hanno avuto come motore di trasformazione i grandi eventi pubblici. E Milano recupera il suo rapporto con l’acqua -il sistema dei Navigli ideato da Leonardo- e affida a una waterway l’immagine dell’ecocittà del futuro proprio grazie a Expo 2015. E tuttavia i casi di Amsterdam e di Amburgo dimostrano che, in ogni caso, molto si può fare. Al meeting di Ravenna, nelle altre sessioni, sono state presentate le esperienze di Eindhoven, Tartu, Lille, Graz, Saint – Etienne, della Finlandia: il pubblico si impegna perché considera la cultura una priorità; il privato “creativo” viene incentivato, anche con misure di defiscalizzazione; le opportunità del finanziamento europeo per la cultura vengono davvero utilizzate (impressiona la straordinaria capacità, da questo punto di vista, delle altre città europee, soprattutto del Nord Europa!). Ho trovato molto positivo anche l’impegno di Ravenna, che si candida, non a caso, a diventare Capitale europea della cultura nel 2019. Uno dei suoi progetti principali è la riappropriazione dell’area portuale e industriale dismessa della Darsena: alcuni docks sono stati recuperati e ospitano bar, birrerie, studi grafici, uno spazio culturale multifunzionale molto bello negli ex magazzini dello zolfo… Si è partiti con il piede giusto: la cultura creativa come “leva” del waterfront.

E a Spezia? Come ho scritto su Città della Spezia (“Stiamo correndo il rischio che il sogno del waterfront svanisca?”, 18 settembre 2014), non siamo messi molto bene: tutto spinge perché le crociere continuino ad arrivare al Molo Garibaldi e perché Calata Paita rimanga per chissà quanto tempo al porto. Verrebbe così meno l’ossatura portante, il “patto fondamentale” che sta alla base del Piano Regolatore del Porto: l’ampliamento del porto a Levante “in cambio” della riconversione urbana di Calata Paita. Leggo che il Comitato Portuale ha deciso di fare una gara per realizzare la stazione crocieristica alla Paita. Ma mi chiedo come si possa fare una gara per realizzare un progetto senza che lo stesso sia stato approvato ai sensi di legge dai competenti organi, sia quelli che si occupano di opere portuali, sia quelli che si occupano di compatibilità ambientale. Come si vede, c’è un grande scarto tra i tanti annunci e il concreto adeguamento del porto. Anche su alcune novità importanti e positive, come il grande sviluppo del traffico crocieristico, è evidente la necessità di superare la precarietà degli accosti che contrastano con le destinazioni del PRP. Tutto ciò tenendo ben fermo l’obbiettivo finale: che non è solo quello della crescita del traffico crocieristico, ma anche e soprattutto quello del progetto del fronte a mare della città, dal Lagora all’asse di via San Cipriano. Un progetto che, mettendo in soffitta il masterplan dei “grattacieli in riva al mare”, punti sulla “leva” della cultura creativa, riprendendo e migliorando l’idea vincitrice del concorso di idee del 2007. Insomma: il waterfront non più luogo di concentrazione dei capitali immobiliari ma spazio pubblico catalizzatore di esperienze e iniziative culturali. Sono passati sette anni, che aspettiamo ancora?

lucidellacitta2011@gmail.com

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