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Facciamo rifiorire le Cinque Terre

a cura di in data 24 Luglio 2014 – 11:00Nessun commento
Riomaggiore  (2012)   (foto Giorgio Pagano)

Riomaggiore (2012)
(foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 13 luglio 2014 – Gli straordinari paesaggi spezzini sono stati scoperti, prima che da noi, dai viaggiatori del secondo Ottocento. Le Cinque Terre furono conosciute dopo il Golfo dei Poeti, perché erano raggiungibili solo via mare: infatti i primi viaggiatori ce le hanno descritte dal mare, come ha ricordato Marzia Ratti nella sua relazione al recente convegno di presentazione della Fondazione “Manarola Cinque Terre”. Era l’epoca romantica, e trionfava il gusto per la scoperta di nuovi ed emozionanti paesaggi. Le Cinque Terre colpirono innanzitutto per le terrazze coltivate a vigna a picco sul mare: un’emozione, ha detto la Ratti, “riassunta mirabilmente dal grande lavoro di rappresentazione che ne fece Telemaco Signorini”: un occhio “impressionista e naturalista”, che “osserva e descrive, insieme alle caratteristiche fisiche dei luoghi, gli abitanti, i loro usi e costumi, il loro dialetto e il loro folklore”. Poi vi fu una seconda, straordinaria stagione, quella dei divisionisti liguri-toscani: “Il livornese Llewlyn Lloyd può essere considerato l’inventore dell’icona delle vendemmiatrici delle Cinque Terre, così come Antonio Discovolo l’inventore delle mareggiate che tanto influenzeranno il nostro Caselli. Poi, negli anni Cinquanta del Novecento, svetta il pensiero di Renato Birolli che, ospite per più stagioni estive a Manarola, scrive pagine indimenticabili sulla doppia prospettiva che lì domina, ove tutto precipita in giù oppure corre all’insù.”

Ma forse i primi artisti delle Cinque Terre, sia pure inconsapevoli, sono stati i contadini che hanno dedicato, per secoli, le loro vite a questo territorio. Parlando di Land Art, Valerio Cremolini ha detto: “Lo shock visivo offerto dai terrazzamenti delle Cinque Terre realizzati da mani laboriose non è diverso da quello che si avverte nei musei dinanzi a celebri dipinti o famose sculture. In qualche modo quegli uomini si sono inconsciamente uniti ai più famosi landartisti nel salvaguardare la cultura locale, nel tutelare e valorizzare l’autenticità e l’equilibro ambientale del territorio e nel generare nuova bellezza”. Le Cinque Terre, dunque, costituiscono “un’immensa opera, assimilabile nella sua singolarità alla Land Art”.
Quello che i più giovani non sanno è che fino a pochi decenni fa questo straordinario patrimonio era ammirato da pochi, spezzini compresi. Il turismo alle Cinque Terre era veramente di nicchia. Erano terre poco frequentate: proprio un altro mondo rispetto a oggi, più povero, più isolato e appartato. “Ora Manarola è molto cambiata, lo stile di vita è migliorato, la comunità è più ricca, in molti sensi, anche se non in tutti i sensi”, ha detto Fabrizio Capellini, uno dei due amici -l’altro è Claudio Rollandi- che mi hanno fin dall’inizio contagiato del loro entusiasmo per la Fondazione, quando questa era solamente un’idea. Capellini ha subito aggiunto qual è, però, il problema: “Non siamo riusciti a fermare il degrado del territorio”. Questo è “il” problema delle Cinque Terre. Fu la consapevolezza di questo problema a dare origine al Parco Nazionale, che nacque per proteggere il paesaggio -riconosciuto nel 1997 Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’Unesco- e non per sviluppare il turismo: la salvaguardia del paesaggio è infatti la condizione del turismo, o meglio del turismo sostenibile, perché il turismo di massa non è compatibile con le Cinque Terre. Da questo punto di vista il muretto a secco è l’emblema delle Cinque Terre: non è solo un monumento vivente, capace di rievocare come il lavoro della terra fosse fatto di pietre, aratri e campi assolati, ma è il modo per tutelare e rinnovare un ambiente creato dall’uomo, che ne rispetti gli equilibri. Lavorare la terra, dunque, è fondamentale non solo per ottenere i prodotti indispensabili al rilancio dell’economia rurale, a partire da un vino come lo sciacchetrà, fatto di uva, di pietre e di mare, ma lo è anche per modellare e mantenere in equilibrio il paesaggio in cui vivere e ospitare i turisti.

La Spezia, Tramonti  (2011)    (foto Giorgio Pagano)

La Spezia, Tramonti (2011)
(foto Giorgio Pagano)

Questa strategia poi si perse per strada, per responsabilità della politica. Sarà la magistratura a pronunciarsi sulla gestione del Parco durante gli anni della Presidenza di Franco Bonanini. Certo è che lo “spirito” iniziale, quello della ricerca di un originale modello di sviluppo per le Cinque Terre, fondato sulla connessione tra la vecchia sapienza contadina e la nuova sapienza dei giovani di oggi, sul “ritorno alla terra” e sul mantenimento e la crescita del legame comunitario, si arenò. E ancora oggi la politica delude, se è vero, come abbiamo appreso ieri dal Secolo XIX, che la magistratura sta nuovamente indagando a Monterosso, dove la ricostruzione dopo l’alluvione sarebbe avvenuta con “documenti taroccati, danni ambientali e sicurezza non rispettata”. Capellini questo non lo sapeva ancora, ma al convegno ha detto: “Proviamo delusione rispetto all’intervento della mano pubblica, ma non possiamo aspettare che tutto cada dal cielo, e dobbiamo chiederci che cosa possiamo fare noi manarolesi”.

Da qui l’idea della Fondazione: raccogliere risorse per recuperare i terreni privati incolti (ne ho scritto in “Salvare le coste, Cinque Terre banco di prova”, La Repubblica-Il Lavoro, 4 febbraio 2014, ora in www.associazioneculturalemediterraneo.com). I manarolesi hanno risposto numerosi, o versando la quota o donando i terreni, per un valore complessivo di oltre 100.000 euro: è il “superamento della frammentazione proprietaria per un soggetto comunitario”, di cui ha parlato il Prefetto Giuseppe Forlani, cioè esattamente la “missione mancata” del Parco Nazionale in questi anni. Ora bisogna puntare anche all’apporto finanziario dei turisti, dei tanti innamorati delle Cinque Terre in tutto il mondo. Intanto, ha raccontato Claudio Rollandi, si è cominciato a lavorare: “Stiamo pulendo alcune porzioni della collina terrazzata per avviare i lavori di ricostruzione dei muri a secco, delle stradine di collegamento e delle canalette per convogliare l’acqua e garantire la stabilità idrogeologica” (su quest’ultimo aspetto è intervenuto Paolo Caruana, presidente dell’ordine degli ingegneri). Insomma: è stato un convegno di grande interesse, all’insegna dell’impegno civico e della speranza. La speranza di vedere tanti giovani lavorare nelle Cinque Terre e la speranza di potere godere a lungo della loro bellezza, camminando sui sentieri e, magari, gustando al tramonto un buon bicchiere di sciacchetrà, accompagnato dalle acciughe sotto sale. Sono le cose più belle della vita, che non possiamo permettere siano cancellate. Mi vengono in mente tanti incontri con Dario Capellini, partigiano, amministratore pubblico, organizzatore della “Festa dei pittori”, che domani sarà ricordato nella sua Manarola a vent’anni dalla scomparsa. Lui sarebbe fiero di quanto oggi stanno facendo i suoi compaesani.

lucidellacitta2011@gmail.com

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