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Enel, metano al posto del carbone

a cura di in data 2 Settembre 2013 – 09:32Nessun commento

La Spezia, le Pianazze (2012) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia – 1 Settembre 2013 – Ho firmato la petizione online -sulla piattaforma Change.org- del Comitato SpeziaViaDalCarbone al Ministro dell’Ambiente Andrea Orlando perché, quando rilascerà all’Enel l’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) per la centrale spezzina, imponga l’uso del metano al posto del carbone nei gruppi a gas già disponibili, realizzati con l’ambientalizzazione decisa nel 1997. Rimando, per le mie critiche al documento istruttorio propedeutico al rilascio dell’AIA, ora sul tavolo del Ministro, all’articolo del 24 giugno “Caro Orlando, servono profonde modifiche all’AIA Enel”, su ilblogdimastrogeppetto.blogspot.it. Cito il punto essenziale: “L’AIA dovrebbe stabilire l’esatta tempistica del processo di dismissione della centrale, prevedendo prima di tutto la chiusura del gruppo a carbone entro i primi tre anni e poi la chiusura definitiva dell’impianto nei successivi cinque”. Certo, senza una spinta del Comune e/o della Regione in questa direzione, è difficile per un Ministro modificare radicalmente un parere istruttorio. Ma non dobbiamo rassegnarci: la crescita della mobilitazione popolare e degli stessi apporti politici è in corso, e può approdare a risultati. Lo stesso Ministro, sulla Nazione del 24 luglio, ha detto cose significative, accennando a “un’evoluzione della presenza di Enel nel quadro di una strategia di decarbonizzazione e dell’utilizzo delle rinnovabili”.

La questione va inquadrata in una visione di prospettiva. L’accordo del 1997 fu positivo: prevedeva una centrale più piccola (da 1800 a 1200 megawatt), funzionante per metà a metano e per metà a carbone desolforato; la demolizione di tre ciminiere; la drastica riduzione delle emissioni inquinanti (anidride solforosa, ossido di azoto, polveri). Ricordo che l’Enel voleva quattro gruppi a carbone desolforato: quindi non conquistammo tutto, ma molto sì. Certo, il limite era che l’accordo consolidava il sito per un quindicennio. Ora, ammortizzati gli investimenti dell’ambientalizzazione, va fatto il passo successivo: dismettere il gruppo a carbone e poi la centrale, bonificare l’area e destinarla al nuovo sviluppo della città. Il Comune sostiene che non ha chiesto all’Enel un altro intervento di ambientalizzazione perché non vuole consolidare ancora il sito: bene. Bene anche che la maggioranza consiliare abbia modificato il testo della convenzione socio-economica Enel-Comune cassando la parte sul telecalore, progetto in chiara antitesi con la tesi del non consolidamento. Bisogna, però, accelerare sui combustibili che inquinano meno e sulla dismissione. Altrimenti per 8 anni (la durata dell’AIA) la centrale funzionerà senza utilizzare le migliori tecnologie disponibili.

La Spezia, le Pianazze (2012) (foto Giorgio Pagano)

L’altro inquadramento da fare riguarda la collocazione del ragionamento sulla nostra centrale nell’ambito della riflessione sul nuovo Piano energetico nazionale. L’Associazione Culturale Mediterraneo, nei suoi 5 anni di attività, ha analizzato il problema durante il ciclo di iniziative “Crisi climatica e nuove politiche energetiche”, che ha prodotto un’elaborazione di un certo interesse, frutto del dialogo con le associazioni ambientaliste, imprenditoriali e sindacali, con Regioni e Comuni, con rappresentanti dell’Onu e dell’Unione europea, con molti esperti di tendenze diverse. L’elaborazione è così riassumibile (tutta la documentazione è su www.associazioneculturalemediterraneo.com): l’Italia deve raggiungere entro il 2014 gli obbiettivi di riduzione dei gas serra, quelli che provocano il riscaldamento globale, previsti nel protocollo di Kyoto, e entro il 2020 gli obbiettivi europei del “pacchetto 20-20-20”: -20 di anidride carbonica, +20 di energie rinnovabili, +20 di efficienza energetica; le emissioni sono diminuite dal 2008 in poi grazie non solo alla crisi economica ma anche al fatto che l’economia italiana si è fortemente decarbonizzata e che il mix energetico è cambiato: meno prodotti petroliferi (dal 57 al 37% dei consumi primari), più gas (dal 24 al 36%) e più fonti rinnovabili (dal 6 al 15%); gli obbiettivi dell’Onu e dell’Ue sono raggiungibili agendo su trasporti, riscaldamento e centrali; un nuovo Piano energetico nazionale dovrebbe fondarsi sull’efficienza, sulle fonti rinnovabili e sulla riqualificazione del patrimonio immobiliare italiano, obbiettivi che potrebbero diventare il “driver” della nostra ripresa economica (500.000 posti di lavoro in dieci anni, secondo la Fondazione consumo sostenibile); l’istituto Mc Kinsey sostiene che un sistema elettrico generato al 100% da energie rinnovabili è possibile entro il 2050; nella fase di transizione la rete italiana può basarsi sul gas, che presenta caratteristiche ideali per combinarsi con le rinnovabili, e non sul troppo inquinante carbone. Nulla di nuovo, sono posizioni sostenute da molte associazioni. Non abbiamo mai, però, trovato interlocutori nel Governo nazionale: l’Italia non ha una strategia energetica. In autunno incontreremo il Ministro Orlando, e ci auguriamo di ascoltare parole nuove, che puntino sull’alleanza tra economia ed ecologia.
Un’obiezione a questa elaborazione, intanto, viene da chi dice: “il gas costa troppo rispetto al carbone”. Tesi che coglie certamente il vero. Ma, come ha sostenuto Orlando nell’intervista alla Nazione, occorre “mettere una serie di vincoli perché l’uso del carbone diventi meno conveniente” (vedi ipotesi della carbon tax). E poi c’è da approfondire significato ed esiti di una grande trasformazione in corso. Mi riferisco all’ingresso sul mercato dello shale-gas americano, estratto dalle rocce del sottosuolo, destinato a cambiare in tempi brevi tutto. Il costo del gas sarà presto, per gli Usa, del 70% inferiore a quello europeo. L’Europa non potrà importare lo shale-gas americano, perché troppo costoso. Ma l’arrivo dello shale-gas comporterà una riduzione del prezzo del gas “normale”. La prospettiva strategica, soprattutto per i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, è dunque obbligata, e passa per il rapporto stretto con il Nord Africa. Al quale possiamo offrire la nostra capacità manifatturiera di trasformare le sue materie prime. Certo, ciò comporta avere una politica estera europea e italiana, una conoscenza di ciò che accade in quei Paesi, un’iniziativa per aiutare l’islamismo ad evolvere verso la democrazia. Il dramma dei protagonisti delle primavere arabe è che non hanno trovato sponde internazionali credibili. E ora tutto peggiorerà con l’inutile e assurda guerra alla Siria. Possibile che le esperienze precedenti non ci abbiano insegnato nulla?

lucidellacitta2011@gmail.com

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