Presentazione del primo Volume di “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia” di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello – Giovedì 10 Settembre al parco della Maggiolina e Venerdì 11 al Cinquale di Montignoso
9 Settembre 2020 – 08:27 | No Comment

Il primo Volume del libro di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia ed in provincia” sarà presentato, nei prossimi giorni, alla Spezia, al …

Leggi articolo intero »
Crisi climatica e nuove politiche energetiche

Economia, società, politica: anticorpi alla crisi

Quale scuola per l’Italia

Religioni e politica

Ripensare il Mediterraneo un compito dell’Europa

Home » Rubrica Luci della città di Giorgio Pagano

Controcorrente

a cura di in data 29 Aprile 2013 – 09:18Nessun commento

Mostra del Gruppo Fotografico Obiettivo Spezia “Vedere la memoria”, Centro Allende, 20 aprile-4 maggio 2013.
Pannello dedicato a Adriana Revere, morta ad Auschwitz all’età di 9 anni (2013) (foto Giorgio Pagano).

Città della Spezia – 28 Aprile 2013 – Dal 20 al 25 aprile ho partecipato a molte manifestazioni per ricordare la Festa della Liberazione. L’ho sempre fatto, lo faccio ora più che mai da Presidente del Comitato Unitario della Resistenza in rappresentanza dell’Anpi. Anche quest’anno ci siamo ritrovati in tanti. Magari arrabbiati o avviliti, ma ci eravamo. Gli elettori e i militanti di sinistra stavano peggio di tutti, pensando alla loro sinistra disintegrata e inguardabile. Ci hanno consolato i valori del 25 aprile e la Costituzione nata dalla Resistenza, la più bella del mondo, in cui c’è scritto tutto quello che serve per il futuro. Ma la preoccupazione era ed è diffusissima: “dopo tutto quello che abbiamo detto e fatto, ora il Pd mette in piedi un governo con Berlusconi”, ecco la frase che è una sintesi chiarissima del sentimento di tanti. Le differenze tra gli alleati del “governo delle larghe intese” sono così profonde che riguardano finanche la memoria e l’identità condivisa dell’Italia. Tra i sostenitori di questo governo ci sono infatti anche tanti ammiratori di Mussolini. I partigiani e i giovani dell’Anpi l’hanno sottolineato più volte in questi giorni, ricordando le purtroppo celebri frasi dell’ex Presidente del Consiglio: “un leader, Mussolini, che per tanti versi aveva fatto bene”, e che ”mandava gli antifascisti in vacanza sulle isole”. Anch’io provo vergogna di fronte a questa interpretazione della storia. E di fronte al fatto che la Regione Lazio governata dalla Polverini ha finanziato nel Comune di Affile un monumento al generale fascista Rodolfo Graziani, sterminatore di inermi prima in Etiopia e poi, da repubblichino, in Italia. Il più bel regalo per il 25 aprile ce lo hanno fatto il nuovo Presidente del Lazio Zingaretti con il blocco dei finanziamenti, e la magistratura con l’accusa al Sindaco del Comune di Affile di apologia del fascismo.

Le differenze, finora, hanno riguardato non solo i valori ma anche i programmi: che ne sarà dei famosi “8 punti del cambiamento” proposti da Bersani, dal conflitto di interessi alla lotta alle diseguaglianze sociali come fondamento dell’uscita dalla crisi economica? Quali provvedimenti si prenderanno in materia di giustizia, di fronte all’evidente volontà del Cavaliere di congelare i suoi processi e di mettere la sua persona al riparo per sempre da ogni possibilità di riaprirli? I dirigenti del Pd (ma molti non erano sinceri) per mesi hanno escluso il “governo delle larghe intese” dall’orizzonte delle cose possibili: non in ragione di un pregiudizio ma di una valutazione dell’impatto che questa soluzione avrebbe avuto sulla crisi. Ci dicevano cioè, e giustamente: mettere insieme il diavolo e l’acquasanta non fa il bene e l’interesse dell’Italia. E’ davvero difficile, ora, spiegare perché si sta facendo esattamente il contrario. Tanti temono che abbia ragione l’economista Nouriel Roubini, profeta in tempi non sospetti della crisi del 2008, quando dichiara sulla Stampa: “Attenzione, anche questo governo potrebbe non sopravvivere più di sei mesi o un anno, perché sarà osteggiato sostanzialmente in ogni sua iniziativa seria da Silvio Berlusconi. Potrà fare qualche riforma istituzionale di facciata ma dal momento che il Pd è spaccato c’è il rischio che il Pdl stacchi la spina all’esecutivo. Berlusconi vincerebbe le elezioni a mani basse e chiederebbe le dimissioni di Napolitano raggiungendo il suo obiettivo di diventare Presidente della Repubblica. Un disastro, ma è lo scenario più probabile”.

Il comandante partigiano Amelio Guerrieri con Giorgio Pagano, in occasione della commemorazione del rastrellamento nazifascista a Valeriano del 26 gennaio 1945. (2012) (foto Adolfo Pucci)

Eppure c’è una gigantesca campagna politica e mediatica che sta cantando in coro le lodi dell’unità nazionale: “o larghe intese o morte”, in gioco c’è “la salvezza del Paese”, “non ci sono alternative” e quindi serve “responsabilità”. Mi dispiace, sono radicalmente in disaccordo. E rivendico, insieme a molti altri, tra cui tanti elettori e iscritti del Pd, il diritto di dire “no” e di andare controcorrente. Il richiamo, poi, agli anni ’70, a Moro e a Berlinguer, è francamente imbarazzante. Ma cosa c’entrano con loro Berlusconi e il gruppo dirigente del Pd? E comunque anche Berlinguer, un gigante rispetto ai nani di oggi, sbagliò a ricercare l’alleanza con Moro. La sinistra non seppe interpretare la spinta di emancipazione e liberazione che veniva dalla società: il Pci doveva trasformarsi in un partito del riformismo socialista, audace e radicale, senza legami con l’Urss, alternativo e non “compromissorio” con la Dc. Io ne ero, in quegli anni, un dirigente, e ricordo bene la distanza tra “società” e “politica” che cresceva. Era qualcosa che si respirava nell’aria, e che portò il Pci a una dura sconfitta. Il ribellismo del “movimento del ‘77”, il riflusso degli anni ’80, il craxismo prima e il berlusconismo poi hanno una genesi in quella incapacità a soddisfare le istanze del cambiamento. La storia non si ripete mai nelle stesse forme, ma se anche oggi la politica si chiude in se stessa, a vincere saranno le tendenze ribelliste e conservatrici.
Ma, si dice, “non ci sono alternative”. E chi si oppone è ingenuo o barricadiero. Vediamo, intanto, perché siamo arrivati a questo punto. Solo ora, mentre scorrono i titoli di coda del film, si capisce fino in fondo la trama, cioè la debolezza con cui il centrosinistra ha affrontato questa partita. E come i poteri forti abbiano lavorato scientemente per la sua sconfitta. Insomma, il “governo delle larghe intese” non è il frutto del destino: è ciò che una parte del Pd voleva fin dall’inizio, e a cui hanno sempre ambito i grandi poteri economici e le nomenklature, che hanno fatto di tutto per evitare un’uscita a sinistra dalla crisi italiana. La campagna elettorale è stata mal condotta per una torsione moderata del Pd, sempre all’inseguimento di Monti e del centro, mentre montava l’onda del risentimento contro tutti (gonfiata dai media dei poteri forti), a cui il Pd non riusciva a dare alcuna risposta. Il voto è stato una sconfitta per il centrosinistra, ma c’era comunque uno spazio per un “governo di scopo”: pochi punti di cambiamento, e poi il voto. Ma a Bersani non è stato nemmeno consentito di presentarsi in Parlamento. Eppure poteva forse farcela, se si fosse continuato con il “metodo Boldrini-Grasso”. Subito abbandonato, perché faceva paura. Con la scelta di Marini si è affacciata un’altra linea, le “larghe intese”. E’ stata sconfitta, ma i suoi sostenitori si sono vendicati affossando Prodi e impedendo la convergenza su Rodotà, candidati incompatibili con il berlusconismo. E che avrebbero aperto contraddizioni nella sorda indisponibilità del M5S, rendendo praticabile la strada del “governo di scopo” per misure urgenti in economia e la legge elettorale, e poi andare a votare. Non si sarebbe trattato di subalternità a Beppe Grillo, ma del contrario: l’esercizio, tipico di una cultura gramsciana ormai gettata alle ortiche, di un’opera di “egemonia”. L’implosione del Pd non poteva che portare alla rielezione di Napolitano, la prova di una resa incondizionata della maggioranza del Parlamento. Chi ha votato contro Prodi voleva arrivare qui. E ha stappato le bottiglie quando Sel è stata costretta a rompere con il Pd, perché ha sempre mal sopportato l’alleanza a sinistra. Napolitano è una personalità di altissimo profilo, ma la sua linea è chiara: “larghe intese”. Ho grande stima e affetto per lui, che mi derivano da una lunga consuetudine, ma questa linea non mi convince. Così come non mi convinse la scelta di Napolitano e, volente o nolente, del Pd, di dar vita al governo Monti. Fu la madre di tutti gli errori: il centrosinistra avrebbe vinto le elezioni, Monti non ci sarebbe stato, Grillo non sarebbe cresciuto così. Una sinistra del riformismo socialista, audace e radicale, quella che avrebbe dovuto sorgere negli anni ’70, forse sarebbe finalmente sorta, cimentandosi con azioni dure di riduzione della spesa pubblica dentro un’idea della giustizia sociale e della crescita sostenibile che il governo dei tecnici non poteva avere.
Ora l’idea del cambiamento è sparita. Letta avrebbe potuto riprendere la proposta del “governo di scopo”: quindi un’alternativa c’era. Ma ormai il Pd si è disgregato, Napolitano è l’unico attore in campo e gli altri sono comprimari. Quello che lo è meno di tutti è Berlusconi: il centrodestra ha vinto nel dopopartita quel che il popolo sovrano aveva negato nelle urne. Nel governo Letta va certamente colto il valore di alcune singole figure, così come il segno forte di ricambio generazionale. Che Cecile Kyenge sia Ministro dell’Integrazione è un fatto straordinario che evoca il tema del diritto di cittadinanza universale. Che Andrea Orlando sia diventato Ministro è un’opportunità importante per la città: a lui va un caldo augurio. Ma quel che conta è il contesto: quello di un’alleanza che contiene dentro di sé un tradimento nei confronti dell’elettorato e conferma la continuità del sistema di potere. Il mondo del lavoro non è rappresentato, altri poteri sì, e fortemente: dalle banche a Comunione e Liberazione. Non si conosce ancora il programma: come saranno composte le divisioni ventennali tra destra e sinistra su lavoro, fisco, Nord e Sud, scuola pubblica, diritti civili, giustizia, conflitto di interessi, laicità? Quali saranno i tempi di durata del governo? Quand’è che destra e sinistra torneranno ciascuna a fare, nella democrazia dell’alternanza, il proprio mestiere?
Da subito bisogna tentare di ricostruire la sinistra dalle macerie. Controcorrente, rispetto alla campagna ossessiva secondo cui tra destra e sinistra non ci sono più differenze. Certo, una storia si è esaurita. Quella del Pd, di Sel, quella mai nata di Rivoluzione civile. Nel Pd che va al congresso si aggrega, attorno a Barca, Civati e altri, un’area di sinistra. Che si batte contro il partito “liquido”, che non a caso si è liquefatto, e il partito “ircocervo”, privo di fisionomia, una sorta di “partito pigliatutto”, di Dc dei tempi odierni. Il partito che sembra volere Renzi: ma oggi le categorie del centro e del moderatismo non hanno più a che fare con la realtà perché, sotto i colpi della crisi, sta scomparendo il ceto medio. E’ sempre la “società dei due terzi”, ma due terzi sono quelli esclusi, un terzo è quello incluso: tutto il contrario di prima della crisi. Il blairismo a cui si ispira Renzi è un’idea che appartiene a un passato che ha prodotto molti guai e che è comunque irripetibile. E’ un’ipoteca negativa sull’intera storia della sinistra nel mondo.
A sinistra, poi, c’è Sel, che vuole riaprire la partita puntando a un nuovo soggetto politico della sinistra. E intanto entra, come componente caratterizzata da una forte propensione ecologista e libertaria, dentro il Partito del Socialismo Europeo. Un modo per segnalare che la vicenda della sinistra italiana è una vicenda della politica europea, e che in Europa la sinistra è ovunque, tranne che in Italia, nel Pse. Non a caso nel governo Letta, molto postdemocristiano, mancano figure ponte verso la sinistra europea. E’ auspicabile che tutte le forze che, in partiti diversi o nella società civile, si battono per riempire il vuoto di sinistra che c’è in Italia, si ritrovino presto in una grande forza di sinistra popolare. Vedremo: intanto ogni partito riparta, e si rigeneri, non in uno spazio separato dalla vita reale e dal dolore sociale, ma nell’Italia di oggi, a contatto con le ingiustizie e le domande di cambiamento. Meno narcisismo televisivo o internettiano, più analisi e interpretazione dei bisogni sociali e costruzione di progetti di lungo respiro e partecipati. Ancora una volta controcorrente: meno tweet, più politica popolare.

lucidellacitta2011@gmail.com

Popularity: 7%