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Centrosinistra spezzino e ligure, perché è necessario cambiare

a cura di in data 25 Marzo 2013 – 10:23Nessun commento

Portovenere, Chiesa di San Pietro (2012) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia – 24 Marzo 2013 – L’elezione di Laura Boldrini e Pietro Grasso alle presidenze di Camera e Senato è la prima importante risposta alla domanda di cambiamento emersa dalle urne. Il voto ha aperto uno spazio grande per il cambiamento. Sabato scorso il centrosinistra ha dimostrato che può colmare questo spazio: a patto di scegliere, per usare la distinzione gramsciana, la “guerra di movimento” al posto della “guerra di posizione”. La bussola del cambiamento, ora, deve guidare il difficile tentativo di Pierluigi Bersani di dar vita a un governo: per avere qualche chance dovrà caratterizzarsi per contenuti fortemente innovativi e dovrà coinvolgere personalità esterne, indipendenti e di alto profilo.

La scelta del cambiamento è obbligata anche per il centrosinistra spezzino e ligure. Nella nostra provincia il M5S ha ottenuto 38.000 voti, il 29,4%. Per poco non è il primo partito: il Pd è infatti sceso dal 40,5% del 2008 al 32,2%, perdendo 16.000 voti. In Liguria, invece, la vittoria di Grillo è stata travolgente: 300.000 voti, il 32,1%. Più del Pd, al 27,7% -10 punti e 117.000 elettori in meno rispetto al 2008- e più del centrosinistra, al 31,1%. Mentre l’ossessione di Monti, un abbaglio impressionante, paralizzava la campagna elettorale, cresceva sotto la pelle del Paese una rivoluzione. Originata da domande da tempo insoddisfatte: riforma della politica, riduzione dei suoi costi e dei suoi posti, critica al rigore a senso unico e a modelli di sviluppo fondati sulla crescita illimitata. Domande presenti anche a Spezia e in Liguria. Basti pensare alla nostra regione: dagli scandali imperiesi alle spese ingloriose del Consiglio regionale, da una classe dirigente ingessata a uno sviluppo ancora troppo basato sull’immobiliarismo, fino alla crescente disoccupazione, molte sono state le concause del successo del M5S. Chiediamoci: dopo le dimissioni di due vicepresidenti della Regione indagati e dopo la quasi scomparsa dei partiti di Casini, Di Pietro e così via ha ancora senso parlare di “modello Liguria” per ciò che riguarda le alleanze politiche? Ancora: l’insostenibilità ambientale e insieme l’impercorribilità economica di tanti progetti immobiliari troppo invasivi -un esempio per tutti: Marinella, un progetto ormai morto e sepolto, anche se quasi nessuno ha il coraggio di dirlo- non induce a un cambiamento del modello di sviluppo imperante in questi anni in Liguria? Insomma: non si impone, anche da noi, lo sconvolgimento di molte categorie del governare?
La risposta del centrosinistra alle domande insoddisfatte, che è stata sorda o tardiva, ora deve imperniarsi sul cambiamento. Il centrosinistra deve andare incontro al cambiamento: se un partito ti supera alla Camera, come è successo in Liguria e nel Paese, non puoi solo contrastarlo, devi assorbirne i contenuti positivi. E ogni scelta che cerchi di richiamare in vita esperienze di governo che vedano in qualche modo insieme Pd e Pdl è destinata a fallire, perché contrasta con lo spirito del voto.

La Spezia, Chiesa di San Michele Arcangelo a Pegazzano (2012) (foto Giorgio Pagano)

Certo, il cambiamento è ambivalente. Il movimento di Grillo ha generato passioni positive: solidarismo, critica alla politica separata dalla società, partecipazione, sviluppo sostenibile. Ma anche pulsioni di destra, come la richiesta di uscire dall’euro o l’attacco ai sindacati. Il pericolo di Grillo è però fondamentalmente un altro: è nell’atteggiamento di chi vuole fare tabula rasa di tutti i partiti. Qui va prestata molta attenzione. Ogni critica è legittima, tanto più se rivolta a questi partiti. Ma ogni critica deve indicare una strada alternativa praticabile rispetto al modello che vuole distruggere, e deve farlo tenendo conto di un fatto ineludibile: il persistere dell’esistenza del nemico che si vuole abbattere. La storia ha mostrato che il 100%, il consenso universale è impossibile da raggiungere, e che l’incancellabile pluralismo di voci e di sguardi rende sì complessa l’azione politica, ma in fondo la arricchisce. Questo è il punto da chiarire: se i partiti non devono esistere, che cosa succederebbe in caso di vittoria del M5S? Può esistere una democrazia senza partiti? Non c’è il rischio di un potere plebiscitario calato dall’alto? Il M5S sarà un bene per la democrazia se si confronterà con il pluralismo e riconoscerà l’esistenza di altre visioni del mondo. A sua volta il centrosinistra non sarà liquidato se capirà che la frontiera del futuro è la capacità della democrazia rappresentativa, fondata sul pluralismo e sui partiti, di trovare inedite integrazioni con la democrazia diretta. Oggi siamo infatti al di là della storica contrapposizione tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta. Il centrosinistra, di fronte all’ambivalenza del grillismo, deve andare al confronto con una battaglia culturale e politica, per far prevalere la parte positiva, progressista del cambiamento.

lucidellacitta2011@gmail.com

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