“50 anni di obiezione per la pace. Un’altra difesa è possibile!” – Sabato 28 gennaio ore 10, Auditorium Biblioteca Beghi
27 Gennaio 2023 – 15:39

“50 anni di obiezione per la pace. Un’altra difesa è possibile!”
Sabato 28 gennaio ore 10,
Auditorium Biblioteca Beghi
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Le Terre Alte, luoghi dove vivere, lavorare, fare impresa e volontariato

a cura di in data 1 Dicembre 2022 – 20:49Nessun commento

Rocchetta Vara, Stadomelli, cappella delle “quattro strade”
(foto Oriana Drovandi) (2022)

Città della Spezia, 30 ottobre 2022

Anche la terza edizione del Diario dalle Terre Alte -con cui ho concluso il racconto del lungo viaggio lungo tutta l’Alta Val di Vara, un viaggio che ripartirà verso altre mete, nelle contigue valli liguri, toscane e parmensi- ha suscitato tantissimo interesse. I lettori hanno segnalato altre bellezze nascoste, prospettato possibilità, evidenziato disagi e problemi.
La valorizzazione del territorio dell’Alta Val di Vara non va inglobata nella teoria del turismo o della cultura “petrolio d’Italia”. Il turismo e la cultura sono senz’altro volani per la rinascita delle Terre Alte. Ma serve ben altro ancora: visione strategica di lungo periodo, attenzione per la vita quotidiana delle persone e per i servizi necessari a chi in questi luoghi abita o vorrebbe trasferirsi, nuova occupazione, cittadinanza attiva, messa in sicurezza del territorio. In una parola: interesse vero della politica per un’Italia fragile, lontana dai grandi interessi, non rappresentata. Che qualche borghese di città acquisti e ristrutturi un manufatto perché diventi seconda o terza casa va anche bene, ma non assicura alcuna salvezza per questi territori.

COSA PENSANO I SINDACI
Ho parlato con tante persone e ho incontrato i sindaci, per cercare di capire di più. Non solo quelli di Rocchetta, Calice e Carrodano, le cui opinioni sono state ospitate negli articoli del Diario 2022, ma anche quelli degli altri Comuni protagonisti delle edizioni 2020 e 2021 del Diario.
Giancarlo Lucchetti, primo cittadino di Varese Ligure, descrive un turismo che è andato molto bene, anche grazie agli stranieri, e vede piccoli segnali di ripopolamento. Ma non bastano, dice. Servono servizi: la banda larga è arrivata quasi dappertutto, ma il medico di famiglia di Varese, Carro e Maissana andrà presto in pensione e non si sa ancora come sostituirlo (una petizione all’ASL 4 chiavarese sta girando nei paesi). Sono stati finanziati i lavori di rifacimento della strada per Taglieto e di messa in sicurezza del torrente Crovana, ma tanti altri sono gli interventi necessari. Una buona notizia: la fabbrica degli yogurt, a rischio chiusura, è stata rilevata da imprenditori seri, disponibili anche a incrementare il lavoro della Cooperativa Casearia Val di Vara. Ancora: nel centro storico si sta cercando di restaurare il castello dei Fieschi. Molto più problematici due interventi non di competenza pubblica: il recupero dell’albergo La Posta e quello del Convento delle Madri Agostiniane di San Filippo Neri.
Luci e ombre, quindi. Riguardo a queste ultime, Lucchetti è molto preoccupato per i possibili effetti devastanti della crisi economica sulle piccole attività dell’entroterra. Così tutti gli altri sindaci.
Marco Traversone, di Sesta Godano, evidenzia la grande mole di opere pubbliche che riguardano il territorio da lui amministrato: sono partiti i lavori di costruzione del nuovo complesso scolastico (elementare e media) e quelli di messa in sicurezza del torrente Fulli e delle aree contigue, l’orto botanico e il centro turistico, nel quale è stata riaperta la piscina e si spera sarà riaperto il ristorante; sono stati completati tutti i progetti riguardanti il monte Gottero -sistemazione delle strade di accesso, dei sentieri (circa 80 km) e della segnaletica, creazione di piazzole per la sosta, realizzazione del rifugio alla Foce dei Tre Confini, miglioramento boschivo- e per altri è stata presentata la domanda di finanziamento; sono stati ristrutturati gli impianti sportivi ed è stata ultimata la “rigenerazione urbana” dei borghi. Il turismo sta crescendo, grazie soprattutto agli appartamenti affittati. Nella zona artigianale si è trasferito un pastificio; l’impresa Rossignotti di Sestri Levante ha in mente di realizzare una piccola fabbrica di cioccolato; Simco, che realizza cabine elettriche industriali, è in buona salute e dà occupazione. Ma tutto resta fragile, conclude Traversone, senza una strategia nazionale per le aree interne depresse. Il PNRR, mi spiega, è servito a ben poco: un decreto ministeriale ha stabilito che tutti i progetti già finanziati con altri fondi pubblici, anche se già realizzati, siano inseriti nel PNRR. Per lo stesso progetto prima venivano chiesti pochi documenti, ora molti di più: per i piccoli Comuni è solo un aggravio di lavoro.
Anche a Zignago, mi spiega il sindaco Simone Sivori, il turismo sta andando molto bene, con gli appartamenti in affitto e un nuovo agriturismo. Ma, aggiunge, non basta a far restare i giovani. Ritorna il tema dei servizi: la banda larga sta arrivando ovunque; le scuole sono “difese con i denti”, ma tutto dipende dal numero dei bambini… E poi servono aziende che diano lavoro. Anche per Sivori serve una strategia nazionale, che agevoli, anche dal punto di vista finanziario, la vita di chi abita nelle Terre Alte. Sul PNRR il giudizio è analogo a quello di Traversone. C’è da chiedersi quanta “fuffa” ci sia in questo famoso Piano!
Antonio Solari, sindaco di Carro, rappresenta uno dei pochi Comuni che si è aggiudicato il finanziamento del bando del PNRR per i piccoli Comuni, con un progetto di valorizzazione culturale e sociale del borgo storico.
Il progetto ruota attorno alla figura di Niccolò Paganini, il grande violinista i cui genitori erano originari di Carro, e affonda le sue radici in due temi caratteristici del borgo, la musica e l’ambiente: la casa degli avi di Paganini sarà riconvertita in una casa museo di nuova generazione, con archivio digitale e centro di documentazione dedicato al violinista. Nel progetto anche eventi musicali -come i “Boschi sonori”- e la formazione musicale dedicata alla scuola primaria del paese, e un “creative business lab”, con eventi formativi dedicati ai giovani professionisti del turismo e della cultura. Solari sostiene che è un progetto per tutta la Val di Vara. E’ la Val di Vara nel suo insieme ad essere attrattiva dal punto di vista turistico, non solo Carro, che è favorito dalla posizione geografica: ma deve trattarsi, sostiene Solari, di un turismo non di seconde case ma di B&B, case vacanza, agriturismi. Circa i servizi, il sindaco di Carro valorizza la realizzazione del polo di atterraggio, utile anche per tutti i territori vicini dell’Alta Val di Vara. E insiste sul valore della cittadinanza attiva e del senso comunitario: “O diamo noi per primi conforto alle attività in crisi per le bollette, o non ce la faranno e non ce la faremo. Aumentano le difficoltà ma ci aiutano a farci crescere”.
Il Sindaco di Maissana, Alberto Figaro, ha un piccolo problema di salute. Non ho potuto sentirlo in questi giorni. Ma qualche mese fa mi aveva parlato del progetto del Comune riguardo a un luogo di cui avevo scritto nell’ultimo articolo del Diario 2021: “Vogliamo rendere visitabile la galleria che si insinua nel ventre del monte Zenone. Si tratta di un luogo suggestivo, dove è possibile osservare il lavoro della miniera dell’epoca e dove sono visibili anche dei fossili”. I territori non si arrendono, nemmeno la piccola Maissana.

L’AMORE PER LA CULTURA DEI TERRITORI E’ FONDAMENTALE
Le Terre Alte ce la potranno fare anche -e forse soprattutto- se non scomparirà il senso dell’identità dei territori, la consapevolezza della loro storia. Presentando quest’estate la mia mostra fotografica “Arte, storia e natura nelle terre di Varese” al castello dei Fieschi ho detto:
“In questo universo dove tutto cambia, dove rischiamo di perdere l’umanità, leghiamoci a ciò che resta, a ciò che dura, a ciò che parla ancora di umano: queste chiese, queste lapidi, queste terre, questi saperi ambientali degli ultimi contadini”.
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Una lettrice, Oriana Drovandi. mi ha fatto notare che, nell’articolo su Rocchetta, non ho scritto dell’oratorio di Stadomelli. Ha ragione. L’edificio del tardo Seicento, situato nella piazza del borgo, accanto alla chiesa, è pregevole e meritevole di restauro. L’amore per la cultura dei territori è davvero fondamentale. Ammirate nella foto in basso, per fare un esempio, l’altare dell’oratorio dei santi Antonio e Rocco a Madrignano di Calice, tanto curato da quella comunità.
Amore anche per i segni della storia più recente. Guardate la foto in alto: anch’essa ci racconta un’identità. Non è l’oratorio seicentesco di Stadomelli, ma una piccola cappella costruita dagli abitanti della stessa Stadomelli con sassi e sabbia del fiume (“du giau”) alle “quattro strade”, negli anni Cinquanta del secolo scorso. Si dice che il luogo dove costruire la chiesetta fu scelto perché Vivaldo Ciuffardi, conosciuto come un uomo scettico e spesso bestemmiatore, un giorno passando proprio alle “quattro strade” ebbe una visione della Madonna Pellegrina. Erano trascorsi pochi anni dal passaggio della statua della Madonna Pellegrina. Da allora, la terza domenica di settembre, a Stadomelli si festeggia la Madonna Pellegrina, proprio là dove l’uomo raccontò di averla vista.
Alcuni anni fa, quando la ricorrenza era celebrata da pochi fedeli nel pomeriggio con una semplice messa, Domenico Paladini, “Meneghin”, in ansia per la sorte della figlia gravemente ammalata, fece un voto: se la figlia fosse guarita, lui avrebbe pagato una banda musicale per la festa della Madonna. “Meneghin” era un uomo anziano dalla fibra forte, che viveva del suo lavoro. Aveva tirato su i suoi figli andando in giornata, fino a quando troppo anziano dovette arrendersi a riposare.
Burlone e allegro, con il fisico asciutto e la battuta sempre pronta, fece della fede nella Madonna la sua forza. La Madonna non mancò di accontentare quest’uomo semplice, che voleva aiutare la figlia, che, a dispetto dei diffidenti, guarì. Da allora, la terza domenica di settembre, la processione della Madonna è accompagnata dalla banda musicale, e non c’è ricordo più bello delle lacrime di “Meneghin”, l’uomo che pagò la banda per la grazia ricevuta, che piangeva e ballava nella strada al suono della banda, per la guarigione della figlia.

Calice, Madrignano, oratorio dei santi Antonio e Rocco, altare (foto Giorgio Pagano) (2022)

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A Varese Ligure, in questi mesi, l’amore per la cultura dei territori si è manifestato in molti modi.
La presentazione del libro di Ettore Reati e Viviana Gori “Spiritualità e lavoro. Sciuette, dolci, sapere e arte delle monache di clausura di Varese Ligure” è stata l’occasione per ricordare una bellissima storia e per proporsi il recupero di un bene che è un tutt’uno con Varese. Una monaca diceva: “Il monastero non è di Varese Ligure ma è Varese Ligure”.
Il convento di clausura, attivo dal 1652, ospitava nel 1675 ben 59 religiose. All’interno, per secoli, le monache coltivavano erbe aromatiche e verdure, cucivano e tessevano per la popolazione, rilegavano libri, preparavano funghi secchi -che ricevette e apprezzò anche il grande musicista Gioacchino Rossini- e facevano tante altre cose ancora.
Ma la loro specialità erano i dolci: in particolare le sciuette. Fatte con pasta di mandorla, rappresentavano fiori, frutti, funghi. Avevano la particolarità di essere vuote all’interno. Erano un trionfo di colori naturali prodotti nell’orto del monastero. Furono prodotte anche per la Regina e inviate pure in America. A insaputa delle suore, le sciuette erano menzionate sulle guide turistiche. La ricetta è rimasta sconosciuta: la richiese anche il geniale pasticcere Angelo Motta (quello del Mottarello), ma senza riuscirci.
La mia cara amica Linda Merciari ha conservato i bollettini parrocchiali in cui è presente un “servizio a puntate” intitolato “Libertà oltre le sbarre”: molti di questi articoli furono scritti dalle monache. Linda ha conservato tanti altri ricordi delle suore, tra cui uno realizzato per la sua Prima Comunione. Secondo me lei ha anche la ricetta delle sciuette. Prima o poi la rivelerà.
Nel 2012 le ultime anziane monache agostiniane lasciarono l’antico edificio di Varese per essere trasferite a Cascia in Umbria. Da allora Varese aspetta che il monastero ritorni alla sua vita. Come il suo orto e come il suo orologio, che segna l’ora sbagliata. In un articolo del Diario 2021 Linda mi spiegava:
“L’orologio è all’ora solare ed è indietro di un quarto d’ora, la Chiesa vicina è senza campane, che sono nel Monastero. Siamo gli unici ad avere una Chiesa senza campane! Le suore di Cascia non vengono mai, non ci hanno nemmeno lasciato le chiavi, e si sono portate via tutti gli oggetti di valore”.
Bisogna proprio venirne a capo. Caro Vescovo Palletti, si dia da fare!
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Sempre a Varese Ligure, è stato presentato il secondo Volume sulla vita di Giuseppe Arrivabene, “Spaccato di vita e storia varesina durante il soggiorno del conte Giuseppe Arrivabene a Varese Ligure. 1849-1882”, scritto da Luisa e Giampaolo Massa.
Conte mantovano, nel 1831 Arrivabene fu arrestato con l’accusa di aver cercato di liberare Ciro Menotti dal carcere di Mantova; processato e condannato a morte, ebbe la pena commutata nella detenzione. Godé però di un’amnistia perché nella I Guerra d’Indipendenza poté partecipare alla battaglia di Governolo il 24 aprile 1848. Costretto all’esilio con il ritorno degli austriaci l’anno seguente, trovò rifugio a Varese Ligure, dove nel 1851 fondò la Filarmonica Varesina. Fu amico di Silvio Pellico.
Anche da questa vicenda emerge tutta la complessità sociale del borgo varesino, documentata fin dai tempi più antichi. Il libro è stato presentato dal prefatore, don Sandro Lagomarsini. Ecco un brano della presentazione:
“In questa società, certamente indebolita ma ancora viva, si inserisce il Conte Giuseppe Arrivabene. Un giovane farmacista, Clemente Rossi, lo saluta con un componimento ossequioso e bizzarro. La fondazione della Banda da parte del Conte e poi dell’Asilo, in seguito alla donazione di Vincenzo Maghella, rianimano il Borgo. Ho sottolineato, nella prefazione al libro, che l’Asilo arriva a Varese appena quindici anni dopo la sua invenzione da parte di Frobel. Il Conte viene coinvolto nella sua gestione ed è lui che ne spiega la funzione, come risposta all’emigrazione a alla vasta proletarizzazione della società varesina. All’epoca esiste ormai a Varese una ‘classe operaia’. Già negli anni Quaranta dell’Ottocento, Giuseppe Mazzini aveva fondato l’Unione Operaia Italiana. A Firenze nasce la prima ‘lega dei pelatori di polli’. Non sappiamo se la ‘Società Operaia di Mutuo Soccorso’ nasca dai pelatori di polli varesini e se sia di matrice mazziniana o socialista. Secondo la memoria orale, Mazzini frequentava -si capisce in incognito- un amico di Valletti. Ma della Società Operaia sopravvive il labaro, datato 1890 e confezionato a Torino, prima in possesso della Banda e ora della Croce Rossa, che meritoriamente lo ha fatto restaurare. Sarà difficile una esposizione pubblica ma il prossimo calendario della Croce Rossa ne pubblicherà i particolari. Si può dire che la nascita della Società Operaia segna l’entrata di Varese Ligure nei problemi dell’epoca contemporanea. Ma lo sviluppo industriale si svolgerà altrove e Varese Ligure comincerà a svuotarsi con l’emigrazione transoceanica. Clemente Rossi, nelle sue lezioni indirizzate ai giovani contadini (e raccolte in volume nel 1884) spiegava che con gli opportuni miglioramenti l’agricoltura locale poteva assicurare benessere a tutti. Pochi anni dopo, il figlio di Clemente Rossi dirigeva una agenzia che preparava i documenti per gli emigranti e a vidimare i documenti c’era il direttore della Banda. Sulla porta dell’Agenzia, una insegna mostrava un grande piroscafo a vapore, con sotto una didascalia: ‘Per sbarchi e imbarchi / passeggeri e merci / rivolgersi al sub-agente / Rossi Tullo fu cavalier Clemente’. Qui mi fermo. Il resto è storia vicina a noi”.

RIDARE DIGNITA’ AL MONDO DELLA MONTAGNA
Tutta la vita di don Sandro è stata spesa per dare dignità al mondo della montagna. Il tema, lo ripeto ancora, è innanzitutto quello della sua abitabilità, dei servizi per chi ci vive e lavora, di un’economia che andrebbe collettivamente sostenuta, defiscalizzando o dando contributi. Ma come farlo? La montagna è “priva di voce politica” o, meglio, è stata privata della sua capacità di rappresentanza politica. Il disegno dei collegi elettorali e la soppressione delle istituzioni intermedie, ha scritto Filippo Barbera, “hanno annichilito il ruolo pubblico della montagna”:
“La mancanza di rappresentanza politica e di istituzioni intermedie rende molto difficile per il ceto politico investire sulle terre alte. Il meccanismo del consenso e del potere, cuore della politica, non si può attivare in assenza di ‘voti’ od opportunità di carriera istituzionale. Senza rappresentanza politica, la montagna rischia di continuare a ballare da sola”.
E’ vero, non ci sono più i “montanari” in Parlamento, ci sono tuttavia le associazioni, gli studiosi, i Comuni, i cittadini. I paesi delle Terre Alte non sono solo borghi-destinazione turistica, ma luoghi dove vivere, lavorare, fare impresa e volontariato. Questa dev’essere l’idea-forza, capace di mobilitare tante persone, “in direzione ostinata e contraria”.

Giorgio Pagano

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