Presentazione di “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni sessanta alla Spezia e provincia” di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello, Venerdì 11 novembre ore 17 a Sestri Levante, Sabato 12 alle ore 16 a Romito Magra
7 Novembre 2022 – 21:53

Presentazione di“Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni sessanta alla Spezia e provincia”di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello,Venerdì 11 novembre ore 17 Sestri Levante – Palazzo FascieSabato 12 novembre ore 16 Romito …

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Calice, tra boschi e castelli

a cura di in data 5 Novembre 2022 – 15:10Nessun commento

Il castello di Madrignano
(2018) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia 16 ottobre 2022

DA CASTELLO A CASTELLO
Uno dei sentieri più belli dell’Alta Val di Vara collega i castelli di Madrignano e Calice al Cornoviglio, tra boschi di castagni e magnifiche vedute dei due castelli in lontananza. Da Madrignano il panorama spazia sulla piana del Vara, fino alla costa. Il castello di Madrignano, medievale, quasi sempre -nella sua lunga e tormentata storia- appartenente ai Malaspina, è stato recentemente restaurato nelle sue possenti mura esterne (potete ammirarlo nella foto in alto). All’interno ospita il Centro Espositivo “Gli Antichi Liguri in Val di Vara”, che ha riunito per la prima volta alcuni reperti archeologici, provenienti da diversi musei, tra cui un frammento della statua stele rinvenuta a Borseda durante i lavori della strada per Veppo.
Arrivati a Nasso si gode il panorama su Calice (lo si ammira nella foto in basso) e si scende nel paese, dominato dall’imponente castello. Anch’esso medievale e passato attraverso vari proprietari, è denominato Doria-Malaspina. I passaggi dai genovesi ai toscani testimoniano la complessità della storia di Calice, che appartenne alla Provincia di Massa Carrara dal 1859 al 1923, per poi entrare in quella della Spezia. Attualmente il castello ospita al piano nobile il Museo della Brigata partigiana “Val di Vara” e il Museo delle Risorse Faunistiche. Ai piani sottostanti sono presenti altri piccoli musei: la Pinacoteca “David Beghè” (pittore affrescatore nato a Calice nel 1854), il Piccolo Museo “Pietro Rosa” (nato alle Grazie nel 1923), il Museo della Tradizione Contadina e il Museo dell’Apicoltura. Il castello domina il paese e tutta la valle del torrente Usurana, ricca di acque e di boschi.

I MUSEI
Attualmente i due castelli sono gestiti dalla Cooperativa Zoe -nata nel 1997 per la gestione del Museo Lia alla Spezia- in un’esperienza di partenariato pubblico-privato per i beni culturali, la prima in Liguria. Il partner privato non paga il canone, si accolla le spese di gestione, ha gli introiti della bigliettazione e co-progetta le attività insieme al Comune. I due castelli sono visitati non solo dai turisti ma anche dalle scuole. Quello di Madrignano ospita matrimoni e attività di promozione pubblicitaria. “In questa fase è un po’ il volano”, mi spiega Graziella Buonaguidi, mentre mi guida nella visita alle due strutture. Il castello di Calice ha bisogno di lavori al tetto e alla facciata, che sono di competenza della Soprintendenza ai Beni Culturali, mentre alcune collezioni, continua Graziella, “hanno bisogno di un riallestimento”. Quello delle Risorse Faunistiche, in particolare, appare davvero superato. Quello della Brigata partigiana “Val di Vara” andrebbe meglio valorizzato. Bisognerebbe “comunicare emozionando” e passare da un “museo di collezione” a un “museo di narrazione”. Faccio un esempio: la collezione ospita molte armi che a volte spingono i genitori a non portare i ragazzi; ma basterebbe “narrare” la storia di una sola arma esposta tra tante altre, la machine-pistole rubata ai nazisti dai partigiani del Battaglione “Vanni” al comando di Eugenio Lenzi “Primula Rossa” durante un’azione tra le più “incredibili” della Resistenza spezzina -la “beffa di Ceparana”-, per far capire ai ragazzi che cosa fu la Resistenza al nazifascismo, non solo dal punto di vista militare ma anche politico e morale. Certamente a poco a poco, con un progetto “in testa”, tutto potrà essere migliorato, fino ad arrivare a dar vita a un polo museale di grande valore: per ciò che contiene ma anche per la struttura che lo ospita -il castello- anch’essa troppo poco “narrata” ai visitatori.

LE CHIESE
Stefano Franceschini, assessore alla cultura del Comune, mi ha fatto da guida nella visita delle chiese e nella conoscenza del loro notevole patrimonio artistico. Stefano ha grande amore per questo patrimonio, ed è continuamente impegnato a cercare risorse per i restauri. Il nostro giro è cominciato dalla chiesa di Santa Maria Lauretana, situata poco sotto il castello di Calice. Fu costruita per volere della marchesa Placidia Doria nel 1638. All’interno sono conservate quattro tele seicentesche dono della marchesa, tre ignote, una del pittore Agostino Sant’Agostino raffigurante Sant’Antonio con ai lati San Pietro e San Michele. Ci rechiamo poi a Borseda, dove c’è una bella chiesetta seicentesca dedicata alla Madonna del Carmine, contemporanea a quella di Calice: anch’essa fu fatta edificare dalla marchesa Placidia Doria. Molto interessante anche l’oratorio dislocato appena sopra l’abitato di Debeduse, immerso nel verde dei castagni e dedicato a San Pietro.
A Madrignano, accanto al castello, visitiamo la chiesa cinquecentesca dei Santi Margherita e Nicolò, dove spiccano un crocifisso seicentesco, statue marmoree provenienti dai conventi di Cerretoli e Usurana oggi scomparsi, un fonte battesimale in marmo, gioielli di epoca borbonica esposti in una vetrina e un bassorilievo di scuola lombarda della seconda metà del Quattrocento. Sempre a Madrignano Castello c’è il bell’oratorio dei Santi Antonio e Rocco, seicentesco, utilizzato per concerti. Era la chiesa privata dei Malaspina. Ospita, nel sontuoso altare, una Madonna col bambino, in attesa di restauro (attualmente nell’oratorio c’è una copia) e la raffigurazione a stucco dell’Angelo Custode, restaurato sotto la direzione di Piero Donati. Accanto c’è un ospitale: Madrignano era nella via per Santiago di Compostela.

Veduta di Calice da Nasso
(2018) (foto Giorgio Pagano)

LA NECROPOLI DI GENICCIOLA
Nel Calicese, a Genicciola, al confine con Podenzana (MS), fu scoperta per caso, tra 1878 e 1879, una necropoli riferibile a uno o più nuclei insediativi liguri, cronologicamente collocabile tra l’età ellenistica e la romanizzazione. Alcuni contadini, negli anni precedenti agli scavi ufficiali, avevano ritrovato, durante la lavorazione dei terreni agricoli, numerosi oggetti ritenuti preziosi: monete, ornamenti femminili e diverse suppellettili in quantità tale da far immaginare nelle fantasie della gente del luogo che fosse stato ritrovato il tesoro di Nerone, mi racconta Stefano. Furono Gaetano Chierici (paleontologo di Reggio Emilia), Luigi Pigorini (archeologo) e Paolo Podestà (avvocato e amministratore comunale sarzanese) a occuparsi della conduzione degli scavi. L’area indagata restituì numerose tombe a cassetta e furono rinvenuti circa 200 reperti nei corredi funebri maschili (soprattutto armi in ferro): spade, puntali e talloni di lance, giavellotti, pugnali, e in quelli femminili (ornamenti): armille, anelli, collane e soprattutto fibule; nonché ceramiche e monete. Tutto il materiale scoperto fu assegnato a diverse sedi museali: la parte più consistente giunse ai Musei Civici di Reggio Emilia dove all’epoca operava Chierici, mentre altri reperti furono assegnati a Parma e a Roma presso il Museo Preistorico Nazionale e solo la minor parte purtroppo arrivò al Museo Civico della Spezia (oggi al Castello San Giorgio). Il castello di Madrignano dovrebbe diventare sempre più la struttura in cui ospitare questi reperti. E’ inoltre auspicabile la valorizzazione del sito di Genicciola in una dimensione di area vasta a livello almeno provinciale: bisognerebbe organizzare un sistema integrato dei siti di interesse archeologico, che certo da noi non mancano. Si va dal Neolitico (cava di diaspro rosso di Valle Lagorara a Maissana, Castellaro di Zignago, Castellaro di Pignone) all’Età del Ferro (Genicciola e Ameglia), fino ad arrivare al periodo della Romanizzazione (Luni, Bocca di Magra, Le Grazie). Così come è auspicabile l’allargamento di questa “valorizzazione integrata” ai siti lunigianesi.

L’ECONOMIA
Calice è sempre stata terra di attività agricole e forestali.
L’ambiente incontaminato è ideale per la produzione di eccellenti qualità di miele garantita dagli apicultori del territorio cofondatori della Comunità del Cibo Slow Food Miele di Erica Arborea. Il Comune di Calice fa parte del circuito delle “Città del Miele” e organizza numerose manifestazioni dedicate a questo prodotto.
C’è poi la castagna. Proprio oggi prosegue la 58° edizione della Festa della Castagna a Calice Castello, dopo il successo di domenica scorsa.
Certamente le attività agricole e forestali non sono più centrali come un tempo. Non ci sono più le terrazze dove si coltivavano la vite e l’olivo. L’economia del territorio tende a svilupparsi nel settore turistico, grazie alla presenza di un discreto numero di strutture ricettive e di ristorazione. Il patrimonio naturalistico -i monti Cornoviglio e Coppigliolo sull’Alta Via dei Monti Liguri, i sentieri che salgono verso l’Alta Via- e il patrimonio storico-artistico spingono in questa direzione. Ma il turismo non può bastare a fermare lo spopolamento, forte soprattutto a Calice, più che a Madrignano, che è vicino a Piana Battolla, Follo, Ceparana, i “poli” dei servizi. A Calice sono scomparse le Poste, le banche, i carabinieri… Mancava la gente… Ma è difficile che la gente torni senza i servizi. Anche la banda larga lascia a desiderare. Un conto è lo straniero pensionato che cerca solo l’ambiente incontaminato, un conto sono le famiglie giovani con lavoro e figli… Si pensi che per assicurare il trasporto scolastico ai bambini del Comune il Sindaco Mario Scampelli si è dimezzato l’indennità. Poveri piccoli Comuni! Sono stati per tanti versi abbandonati.

“DANY” E LA BRIGATA “VAL DI VARA”
A Borseda e a Debeduse, le terre di Daniele Bucchioni “Dany”, comandante della Brigata “Val di Vara” di Giustizia e Libertà, ho reso omaggio ai monumenti ai partigiani giellisti.
Il castello di Calice è un luogo emblematico. Era un presidio della Guardia Nazionale Repubblicana fascista.
Il 19 giugno 1944 il castello fu attaccato in forze da un gruppo di partigiani al comando di “Dany” e di Gordon Lett, del Battaglione Internazionale. L’attacco fallì ma, scrisse Lett in “Rossano”, i fascisti pensarono che la zona era troppo difficile da tenere e ritirarono la guarnigione dal castello. Da allora, e fino al 25 aprile 1945, Calice fu territorio liberato, governato dai partigiani. La Brigata “Val di Vara” fu decisiva in tutti i rastrellamenti nazifascisti e nella Liberazione di Aulla. I suoi membri erano contadini calicesi e dei Comuni confinanti.
Leggiamo un brano dell’introduzione di “Dany” al libro di Sirio Guerrieri e Luigi Ceresoli “Dai Casoni alla Brunella. La Brigata Val di Vara nella Storia della Resistenza”, un testo che si basa essenzialmente sul suo diario e sui suoi documenti:
“Ritengo sia non ultima dote di un comandante proprio il far sì che ciascuno, anche il più umile, si senta protagonista. E i partigiani della ‘Val di Vara’ furono veramente tutti protagonisti in quel fatto morale, prima ancora che militare, che fu la Guerra di Liberazione”.
Un “fatto morale” che vide protagonista tutto un popolo, non solo quello combattente. “Dany” citava espressamente “la nostra gente, che ci sorresse, ci incoraggiò, ci ospitò, ci nutrì incurante dei sacrifici, delle minacce, dei ricatti, delle rappresaglie” e “le donne, trepide e coraggiose”. Bucchioni ricordava sempre che, l’8 ottobre 1944, le ragazze e gli uomini di Borseda raggiunsero i partigiani anche nelle postazioni più avanzate, incuranti del grandinare dei proiettili, per distribuire a ciascuno una ciotola di minestra, pane e vino. E che questo gesto di solidarietà commosse i combattenti e ne aumentò lo spirito combattivo. Così come ricordava sempre l’impegno delle insegnanti a dare lezioni gratuitamente nelle scuole della zona partigiana libera.
Non posso che dedicare questo articolo a “Dany”, a tutti i partigiani della Brigata “Val di Vara” e alle donne calicesi sostenitrici dei partigiani di cui ho raccontato la storia in “Sebben che siamo donne. Resistenza ala femminile in IV Zona operativa, tra La Spezia e Lunigiana”. E, come sempre quando parlo o scrivo di “Dany”, concludo riportando i versi dell’inno della sua Brigata:


Canta mitragliatrice, salviam la libertà
Dio di marciar ci dice,
nessun ci fermerà.
Noi la morte l’abbiamo in agguato,
ci tradiscono i nostri fratelli,
siam soldati, ci chiaman ribelli,
occhio attento, affilato il pugnal.
Ma la Patria sa ben chi noi siamo,
che noi siam le avanguardie fedeli,
lo giuriamo al rispetto dei cieli:
questo è il giuro del nostro ideal.

Giorgio Pagano

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