Africa e Covid-19 Storie da un continente in bilico
25 maggio 2020 – 14:23 | No Comment

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La guerra contro il virus si vince nel territorio

a cura di in data 14 maggio 2020 – 08:11Nessun commento

Il Secolo XIX Nazionale, 9 maggio 2020 – Gino Piarulli e la moglie Nini, sarzanesi, colpiti dal Covid-19, ora stanno bene. Racconta Gino: “La prima ad ammalarsi è stata Nini, con la febbre a 40. Per una settimana abbiamo chiamato più volte il 112, ma ci chiedevano solo se faticava a respirare. Avrebbe dovuto stare peggio, e magari rischi di morire prima… Poi un tappeto, su cui è scivolata battendo il mento, ci ha salvato la vita. L’ho portata in ospedale, hanno fatto la diagnosi e l’hanno ricoverata. Io sono tornato a casa, la mia dottoressa aveva preso il virus, sono rimasto senza cura… Dopo qualche giorno ho trovato la sostituta, l’ho chiamata e ha fatto ricoverare anche me”.
Chiediamoci: quante altre persone, dopo aver segnalato i sintomi della malattia, sono state non testate e abbandonate a casa per poi peggiorare? Sono questi casi che spiegano in parte i dati Istat pubblicati nei giorni scorsi: 3234 decessi in Liguria tra il 20 febbraio e il 31 marzo, contro una media, nei cinque anni precedenti, di 2364. 870 in più, il 50%: il sesto posto per picco di mortalità in Italia. Ma i decessi segnalati per Covid-19, nello stesso periodo, sono 368 per l’Istat e 428 per la Regione: non 870. In parte si tratta di persone non testate e lasciate sole.

E’ un tema attuale: in Liguria si fa ancora troppo poca diagnostica. Il virus, che sta colpendo anche nella fase 2, si sconfigge con due leve decisive: la responsabilità dei cittadini ed un sistema sanitario che va a cercare i positivi. Chi esce può aumentare i contagi. Servono sia il distanziamento fisico (ora più difficile) sia i tamponi, il tracciamento, il potenziamento della prevenzione: gli strumenti per individuare i malati -soprattutto gli asintomatici- ed i loro contatti. Come nella fase 1, la battaglia non si vince in ospedale ma sul territorio.
Il superamento del ritardo della Liguria nella medicina territoriale, tipico del “modello lombardo” ospedalocentrico, è l’obiettivo prioritario. La sanità non va costruita attorno all’ospedale: l’ospedale resta il polo per le cure di emergenza e complesse, ma tutto il resto va portato nella comunità, a casa o vicino a casa. In quel “territorio” mai sbocciato, dove tanti anziani sono a rischio abbandono. Perché per loro si è investito nelle RSA, non nell’assistenza domiciliare o in piccole strutture collegate col resto della società, sotto un oculato indirizzo pubblico uniforme.

Non sono novità: era già tutto nelle idee fondative del Servizio Sanitario Nazionale (1978). La tragedia impone una riflessione spietata -che riguarda tutti, centrodestra e centrosinistra- su ciò che è successo dopo. Il SSN spende oggi la metà della Germania e il 66% della Francia. E tuttavia ha dimostrato quel che vale. Resta -con i suoi eroi di oggi, maltrattati per anni- un mezzo essenziale: un servizio pubblico, universalistico, fornito in prevalenza fuori dal mercato.

Il fortino assediato va liberato tornando alle sue radici storiche. Chiara Giorgi ed Ilaria Pavan hanno ricostruito su “Studi storici” (n. 2, 2019) la storia della riforma, che fu preparata da un lungo processo di spinta dal basso e di fermento intellettuale. Francesco Taroni, in “Il volo del calabrone. 40 anni di SSN” (2019) ha paragonato il SSN al calabrone: le leggi della fisica gli negano la possibilità di volare, ma testardamente continua a farlo. Servono scelte che garantiscano al calabrone il volo certo della farfalla.

Giorgio Pagano
cooperante, già Sindaco della Spezia

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