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22 marzo 2020 – 22:18 | No Comment

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La storia del giornalista spezzino che smascherò il fucilatore

a cura di in data 16 febbraio 2020 – 19:22Nessun commento
La Spezia, targa in memoria di Adriana Revere nel giardino della scuola elementare di Fossitermi a lei intitolata (2013) (foto Giorgio Pagano)

La Spezia, targa in memoria di Adriana Revere nel giardino della scuola elementare di Fossitermi a lei intitolata
(2013) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 9 febbraio 2020 – Carlo Ricchini, classe 1930, spezzino, fu giovane corrispondente per “L’’Unità” alla Spezia. Poi, dall’inizio degli anni Sessanta, si trasferì a Roma: divenne capocronista ed in seguito redattore capo centrale del giornale, presso cui rimase fino agli inizi degli anni Novanta. Dirette da Ricchini nacquero, nel 1985, le prime iniziative editoriali de “L’Unità”, delle quali fu responsabile e curatore. Tra i volumi da lui curati – anche in collaborazione con altri autori – allegati come supplemento a “L’Unità», ve ne furono alcuni venduti in centinaia di migliaia di copie, come quelli dedicati a Berlinguer, a Gramsci, a Gorbaciov, a Dubcek…
Oggi voglio raccontare una storia che vide protagonista questo grande giornalista spezzino.
Tutto cominciò nel maggio del 1944, in Maremma. Una mattina, sui muri tra le pendici dell’Amiata e la Val di Cecina, nei paesi sopra Grosseto già occupati dai nazisti, apparve un manifesto. Fu chiamato “il manifesto della morte”. Vi era riprodotto l’ultimatum rivolto il 18 aprile da Mussolini ai militari sbandati dopo l’8 settembre 1943 ed ai ribelli saliti in montagna: consegnatevi ai tedeschi o ai fascisti entro trenta giorni, oppure sarete fucilati. La morte era minacciata anche a chi avesse dato riparo ai partigiani. Fu il sigillo, quel decreto legge voluto dal duce di concerto con Rodolfo Graziani, per un’indiscriminata caccia all’ uomo e per rastrellamenti feroci. Solo in Maremma, tra il 13 ed il 14 giugno 1944, furono ammazzati a Niccioleta ottantatré minatori.

Il “manifesto della morte” portava una firma: quella di Giorgio Almirante, allora capo di gabinetto di Fernando Mezzasoma, Ministro della Cultura Popolare che curava la Propaganda della Repubblica Sociale, la Repubblica fantoccio che i nazisti crearono per avere il supporto dei fascisti nell’occupazione del Nord Italia.
Il manifesto venne alla luce nell’ estate del 1971, grazie ad alcuni storici dell’Università di Pisa, negli archivi di Massa Marittima. “L’ Unità” lo pubblicò il 27 giugno con il titolo “Un servo dei nazisti. Come Almirante collaborava con gli occupanti tedeschi”. D’ intonazione analoga “il manifesto”, che lo propose con un severo commento di Luigi Pintor. “Ci apparve subito evidente -racconta Ricchini in un memoriale, di cui parlò nel 2008 a Simonetta Fiori di “Repubblica”- che era stata scoperta una prova della partecipazione diretta di Almirante alla repressione antipartigiana, da lui tenuta nascosta, come se il posto occupato a Salò fosse stato un impiego come un altro e la sua divisa da brigatista nero un obbligo dovuto alle circostanze”.
Almirante querelò Ricchini, allora Direttore responsabile de “L’Unità”, e Luciana Castellina, Direttore responsabile de “il manifesto”, per aver pubblicato un documento secondo lui “vergognosamente falso” e “calunnioso”. Il capo del MSI, il partito neofascista italiano, non rinnegò mai il fascismo. Si preoccupava di avvertire: “A chi mi chiede: tu sei fascista? Rispondo per ora e per sempre: la parola fascista io ce l’ho scritta in fronte”. Ma non voleva ammettere di essere stato un fucilatore.

Sentiero Tavernelle-Taponecco-Apella, targa con l'Ode a Kesserling di Piero Calamandrei (2015) (foto Giorgio Pagano)

Sentiero Tavernelle-Taponecco-Apella, targa con l’Ode a Kesserling di Piero Calamandrei
(2015) (foto Giorgio Pagano)

La vicenda giudiziaria durò sette anni e si concluse nel 1978 con l’assoluzione piena di Ricchini. Per il fondatore del MSI fu una sconfitta irrevocabile. Non fu difficile dimostrare l’autenticità del documento: la copia fotostatica era autenticata da un notaio che attestò la conformità con l’originale. Nel giugno del 1974, dopo accurate ricerche, venne prodotta in aula la “prova delle prove”: un telegramma dell’8 maggio 1944, spedito dal Ministero della Cultura Popolare all’ indirizzo della Prefettura di Lucca. Fu trovato negli Archivi di Stato: era firmato Giorgio Almirante, e corrispondeva parola per parola al manifesto conservato a Massa Marittima. Un foglietto giallo, tipico dei messaggi telegrafici di quel periodo, con il decreto di morte pronunciato nell’ aprile da Mussolini. Almirante ne sollecitava l’affissione in tutti i Comuni della provincia. Dagli archivi affiorarono anche altre carte compromettenti. Una circolare del 24 maggio 1944, firmata sempre dal capo di gabinetto di Mezzasoma, ordinava ai capi delle Province di divulgare non solo i manifesti che provenivano dal Ministero della Cultura Popolare ma anche dalle autorità tedesche. Almirante era stato sbugiardato su tutti i fronti: era lui che curava la propaganda del bando Graziani, ed era sempre lui che seguiva sollecitamente l’affissione dei comunicati di Hitler. Nel 1978 vi fu una sentenza che assolse “L’ Unità” “per avere dimostrato la verità dei fatti” e condannò Almirante alle spese processuali ed anche al risarcimento dei danni. “Ma ‘L’Unità’ non ha mai chiesto i danni”, ricorda Ricchini in chiusura del suo memoriale. L’ unico che non poté leggere la sentenza fu il Pubblico Ministero che più l’aveva sostenuta: Vittorio Occorsio. Due anni prima era stato ucciso per mano di terroristi neofascisti.

– – –

L’altro peccato originario di Almirante è più noto: fu quello di non aver mai ripudiato la firma, nel 1938, al Manifesto della razza. Il suo fu un razzismo convinto, che dal 1938 al 1942 lo spingerà a collaborare con “La difesa della razza”, una rivista periodica di matrice hitleriana dove diventerà Segretario di redazione.
Qual è, allora, la morale di questa storia? E’ che dobbiamo dire di no all’oblio che tutto cancella e ad una presunta pacificazione che confonde le scelte fatte allora e mette tutti sullo stesso piano, i fucilatori ed i fucilati, i persecutori ed i perseguitati.
La morale della storia, per collegarci ad una vicenda di cui tanto si discute in città, è che dobbiamo essere consapevoli che l’intitolazione di una strada è un momento importante: perché indica alle future generazioni un modello di vita, un esempio. La scelta dei nomi da dare ai luoghi pubblici è l’occasione per riflettere sull’identità di una città o di una nazione. La richiesta di intitolare una via ad Almirante alla Spezia impone una scelta a tutti, in primo luogo al Sindaco, rappresentante di tutti gli spezzini. Bisogna dire da quale parte stare. Ma un Sindaco non può non stare dalla parte della Costituzione antifascista sulla quale ha giurato. Sono certo che il Sindaco è d’accordo con me. E’ il momento che lo dica alla città.

Post scriptum: la fotografia in alto riproduce la targa in memoria di Adriana Revere -una bambina spezzina di dieci anni morta ad Auschwitz- collocata nel giardino della scuola elementare di Fossitermi, a lei intitolata. La fotografia in basso riproduce una targa collocata lungo il sentiero Tavernelle-Taponecco-Apella, dove aveva sede un distaccamento della Brigata Leone Borrini: la targa riproduce l’epigrafe che il partigiano Piero Calamandrei scrisse per Albert Kesselring, che era stato il comandante delle forze di occupazione tedesche in Italia. Nel 1947 Kesselring fu processato per crimini di guerra e condannato a morte. La condanna fu poi commutata nel carcere a vita. Nel 1952 fu liberato per via delle sue condizioni di salute e dopo il suo ritorno in Germania disse che gli italiani dovevano essergli grati e avrebbero dovuto dedicargli un monumento. Piero Calamandrei scrisse questa epigrafe nel 1952, nell’ottavo anniversario della morte di Duccio Galimberti, Medaglia d’Oro al valor militare ed Eroe nazionale del CLN piemontese, per una lapide “ad ignominia”, collocata nell’atrio del Palazzo Comunale di Cuneo in segno di imperitura protesta.

lucidellacitta2011@gmail.com

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