La Festa della Donna e le presentazioni di “Sebben che siamo donne. Resistenza al femminile in IV Zona Operativa, tra La Spezia e Lunigiana” di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello – Giovedì 7 Marzo ore 10.30 a Santa Margherita Ligure, Sabato 9 ore 16.30 a Vernazza e Domenica 10 ore 15.30 a Tellaro
27 febbraio 2019 – 20:30 | No Comment

La festa della donna e le presentazione di “Sebben che siamo donne. Resistenza al femminile in IV Zona Operativa, tra La Spezia e Lunigiana”
di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello
* Giovedì 7 Marzo ore 10.30 …

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Il Sud può salvarsi da sé

a cura di in data 15 marzo 2019 – 09:22Nessun commento
Agrigento, Favara, Farm Cultural Park  (2018)  (foto Giorgio Pagano)

Agrigento, Favara, Farm Cultural Park
(2018) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 10 marzo 2019 – Qualche lettore mi ha scritto dopo l’articolo di domenica scorsa, “No alla secessione dei ricchi”: condividendone l’impianto, ma sottolineando che la secessione contro il Sud si sconfigge non solo con l’isolamento dei secessionisti del Nord, ma anche con un autonomo impegno del Sud a cambiare se stesso. Non c’è dubbio, è così. Dico di più: di sicuro non sarà la politica nazionale (in nessuna delle sue componenti) a sciogliere, autonomamente, i nodi del Sud. E’ solo dalla società meridionale che può partire un autonomo movimento capace di rimettere in moto il Sud. Questo non significa che non dobbiamo batterci perché la politica nazionale la smetta di dimenticare il Sud: dobbiamo farlo, ma nella consapevolezza che il futuro del Sud è innanzitutto nelle sue mani.

SEMPRE PIU’ LA FRATTURA NORD-SUD
La frattura Nord-Sud è molto antica, ed è la frattura più importante del nostro Paese. Quando cadde il muro di Berlino, il Pil pro capite della Germania Est era il 35% di quello della Germania Ovest: oggi è all’incirca i due terzi. Il Pil pro capite dell’Italia meridionale, centocinquant’anni dopo l’unificazione, è poco più della metà di quello del Centro Nord.
Dal 1997 hanno abbandonato la Campania in 470.000. E’ come se fosse andata via mezza città di Napoli. Dati analoghi vengono dall’intero Sud, un tempo la regione più giovane d’Europa, e ora la più invecchiata.

RIFLESSIONI SULLA TAV, Il REDDITO DI CITTADINANZA, IL NORD E IL SUD
La politica nazionale per il Sud deve cambiare, dobbiamo continuare a dirlo. Perché il Sud è scomparso da ogni agenda, in termini di progetti reali e di strategie. Facciamo un esempio. Oggi si parla solo dell’alta velocità ferroviaria Torino-Lione. Ma se si compara la mappa dell’alta velocità ferroviaria italiana con quella spagnola, francese, tedesca, si nota subito una radicale diversità. Negli altri Paesi le reti disegnano una grande raggiera, che parte dalla capitale e copre tutto il territorio nazionale. Solo In Italia non c’è la raggiera, ma un asse verticale che da Milano si ferma a Napoli. Tutto il Sud è dimenticato: ma da Agrigento a Ragusa ci vogliono sei ore, e quattro per andare da Cagliari a Olbia.
In questo contesto -un Sud che non interessa più a nessuno- il gran livore che circola nel mondo politico contro il reddito di cittadinanza mi inquieta. Certo, occorrono investimenti per lo sviluppo, che creino lavoro. Certo, il reddito di cittadinanza che è stato appena varato è pieno di difetti. Ma è comunque un forte investimento di contrasto alla povertà, molto più sostanzioso di quelli fatti in passato dai Governi di centrosinistra. Tifare perché fallisca non mi sembra una buona idea, perché significherebbe perdere per molti anni l’occasione di introdurre finalmente anche nel nostro Paese una misura di reddito minimo, di garanzia per chi è in povertà. Quel reddito minimo che ci chiede l’Europa e che c’è in tutta Europa.

EMANCIPARSI DAL BACIAMANO
Il baciamano a Matteo Salvini di qualche settimana fa ad Afragola è il simbolo dell’eterno voto di scambio e dell’eterno vassallaggio verso i feudatari. Ma il Sud può emanciparsi, può salvarsi da sé.
Ho passato qualche giorno in Sicilia, e ho scoperto che è davvero possibile.

Palermo, la Vucciria  (2018)  (foto Giorgio Pagano)

Palermo, la Vucciria
(2018) (foto Giorgio Pagano)

IL FARM CULTURAL PARK DI FAVARA
Sono stato con un gruppo di amiche e di amici a Favara, in provincia di Agrigento, a visitare il Farm Cultural Park. Si trova in un aggregato di piccoli cortili di matrice araba, nel centro storico. E’ un parco turistico-culturale, fondato nel 2010: galleria d’arte, museo, centro espositivo per mostre temporanee e installazioni permanenti, residenze per artisti, sede di corsi di architettura. E un ottimo ristorante. Ora Favara, dove non veniva nessuno nemmeno da Agrigento, è diventata meta di 120.000 visitatori l’anno. Sono nate nuove attività economiche, che hanno dato lavoro a centocinquanta persone. L’obbiettivo è creare un nuovo senso di comunità e recuperare l’intero centro storico.
L’iniziativa è il frutto dell’impegno di Andrea Bartoli e della moglie Florinda Saieva.
“Io e Florinda -racconta Andrea Bartoli- abbiamo scelto Favara, invece di Parigi. E qui adesso stiamo facendo delle cose che forse all’estero non avremmo mai fatto. Il nostro desiderio era restare nella nostra comunità e stare bene. All’inizio ci consideravano degli ‘alieni’, c’era diffidenza, poi ci sono stati i primi riscontri. Stiamo mettendo le nostre idee e competenze a disposizione di tutti, la scommessa era dimostrare che con arte e cultura si può. In questo forse sta la nostra follia, le molla sono state la fiducia e l’entusiasmo. E poi qui succedono proprio cose belle. E’ una piccola capitale di rigenerazione urbana: è una comunità di persone che sta provando a cambiare lo status quo creando un modo nuovo di stare nel futuro”.

COM’E’ BELLA CORLEONE
Abbiamo poi raggiunto Corleone, ospiti dei giovani del circolo di Legambiente. Il Presidente, Giuseppe Alfieri, ci ha fatto capire che anche nel paese di Totò Riina si possono fare molte cose: per l’ambiente, lo sviluppo, la legalità. Abbiamo visto chiese bellissime, assaggiato cannoli forse mai così buoni, capito che anche a Corleone si fa la raccolta differenziata… E abbiamo scoperto che anche a Corleone ci sono i sentieri.
Racconta Alfieri: “Da un po’ di tempo a questa parte noi corleonesi siamo testimoni di una piccola rivoluzione culturale, la scoperta del mondo finora sconosciuto dei cammini, il mondo di chi sceglie di attraversare la vita a piedi, con lentezza, respirando a ogni passo l’odore buono della Sicilia. Corleone è diventata meta di camminatori e tappa di transito di alcuni tra i cammini e i pellegrinaggi più suggestivi della Sicilia, e questo movimento di persone improvviso e inedito ci ha interessato e incuriosito. Noi corleonesi, inoltre, abbiamo iniziato anche a comprendere che questo fenomeno avrebbe potuto interessarci direttamente, da protagonisti e non da spettatori; insomma, molti di noi hanno iniziato a camminare in lungo e in largo per i sentieri e le trazzere, su e giù per le nostre montagne”.

PALERMO CITTA’ MIGRANTE
E poi Palermo, sontuosa e stracciona, città unica al mondo, dove a pochi passi l’una dall’altra si ammirano tracce di civiltà diversissime. Una città che ha conosciuto invasioni, dominazioni, stratificazioni che ne costituiscono l’identità polimorfa nella lingua, nell’eredità genetica, nel cibo. Come l’arancina, a Palermo rigorosamente tonda e femminile, mentre nella Sicilia orientale diventa piramidale e maschile: cibo palermitano senza dubbio, ma che nasce dalla tradizione araba di mischiare il riso con un ripieno.
Una città meticcia: a Palermo risiedono 25.000 stranieri, provenienti da 128 Paesi diversi, rappresentati da una Consulta delle Culture di ventuno eletti che eleggono a loro volta un Presidente che li rappresenta in Consiglio comunale.
Dice il Sindaco Leoluca Orlando: “Palermo, città migrante, per cento anni ha rifiutato i migranti: le uniche migranti erano distinte signore tedesche, rumene, austriache, francesi che avevano cura di noi bambini della Palermo aristocratica. Oggi Palermo grazie all’arrivo e all’accoglienza dei migranti ha recuperato la propria armonia perduta: davanti alle moschee passeggiano musulmani, la comunità ebraica realizza una sinagoga e, qua e là, a decine sorgono templi indu e buddisti. Oggi, grazie alla presenza di migliaia di migranti, i palermitani scoprono il valore dell’essere persona e difendono i diritti umani, i loro diritti umani. Una ragazza disabile in sedia a rotelle, palermitana, mi ha detto: ‘Grazie Sindaco, da quando accogliamo i migranti io mi sento più eguale, più normale, meno diversa’. Non ci sono migranti a Palermo: chi vive a Palermo è palermitano”.

lucidellacitta2011@gmail.com

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