Presentazione di “Sebben che siamo donne. Resistenza al femminile in IV Zona Operativa, tra La Spezia e Lunigiana” di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello – Venerdì 29 Giugno ore 17 a Chiavari
19 giugno 2018 – 21:21 | No Comment

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Totalitarismo oggi è neoliberismo

a cura di in data 21 febbraio 2018 – 17:04Nessun commento

Città della Spezia, 14 febbraio 2018 – Ho collaborato recentemente con l’assessore Paolo Asti, nella mia veste di copresidente del Comitato Unitario della Resistenza, e ne ho apprezzato l’impegno, in particolare nell’organizzazione delle due belle e importanti iniziative tenutesi il 6 febbraio, dedicate all’attualità della Costituzione e al contributo alla Costituzione delle culture dell’antifascismo. Proprio perché Asti è persona che stimo, non posso esimermi dal manifestare il mio profondo dissenso rispetto ai contenuti dell’intervista a “Città della Spezia” pubblicata l’11 febbraio con il titolo “Ricordo e Memoria sono due facce della stessa medaglia”. Secondo l’assessore “il valore assoluto è quello dell’antitotalitarismo”, che accomuna fascismo e comunismo, e si deve “superare la nozione di antifascismo e rimanere sui concetti democratici, libertà, benessere ed equità”. Asti si richiama a tal proposito a Nello Quartieri, comandante partigiano, e alla sua “lezione di vita”. Quartieri, il comandante “Italiano”, è stato anche per me un maestro di vita. Che non ha mai condiviso il pensiero espresso da Asti. Fu socialista e mai comunista, ma con i comunisti collaborò tutta la vita, da partigiano prima, nelle brigate garibaldine, e da militante socialista dopo. Il testamento di “Italiano” è nel suo discorso al Monumento alla Resistenza del 25 aprile 2012, in cui, a proposito dell’esperienza partigiana, affermò: “Siamo stati fortunati di aver vissuto questa vita e siamo orgogliosi di un patrimonio che nessuno ci può togliere”: Qualche giorno prima, in un quotidiano cittadino, un giornalista aveva fatto a “Italiano” queste tre domande: “E’ vero che i partigiani comunisti volevano continuare la Resistenza anche dopo?”, “Ha letto i libri dei revisionisti, che cosa ne pensa?” e “Quali comandanti ricorda?”. Ecco le sue risposte: “Il messaggio di Togliatti fu chiaro: rispettare le nuove regole democratiche. Lo fecero”; “Gli ideali della Resistenza non si toccano”; “Flavio Bertone ‘Walter’, comunista, Federico Salvestri ‘Richetto’, cattolico, Daniele Bucchioni ‘Dany’, giellista, e il commissario politico comunista Tommaso Lupi”.

E a proposito di “attualità della Costituzione”, Quartieri ribadiva sempre il nesso indissolubile della Carta con l’antifascismo. Nella Costituzione è scritto a chiare lettere che la partita con il fascismo va considerata chiusa una volta per tutte. Nella sua genesi e nei suoi principi ispiratori essa è inscritta nel processo doloroso e sanguinoso di uscita dal regime fascista e ne incorpora il ripudio. Per ogni ideologia, organizzazione o forma di propaganda che si richiami a quella esperienza non c’è spazio di legittimità possibile, né possibile tolleranza. La XII Disposizione della Costituzione è netta: “E’ vietata la ricostituzione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.

Tant’è vero che quando il leader del neofascismo, Gianfranco Fini, volle nel 1994 partecipare alla competizione per il governo del Paese nella coalizione berlusconiana, dovette fare omaggio formale alla Costituzione e riconoscerne la matrice antifascista, compiendo tra l’altro una serie di gesti simbolici inequivoci, come l’omaggio alle Fosse Ardeatine, tra i massimi simboli del martirio italiano per mano nazifascista, e la condanna delle leggi razziste del 1938.

Il fascismo non fu, come molti sostengono, una dittatura bonaria, con una forte dose di retorica e teatralità ma a basso tasso di violenza e repressione. E’ una visione banalizzante e falsa che priva il fascismo delle caratteristiche liberticide e oppressive che ha storicamente avuto. Nella fase di avvento al potere, dal 1919 al 1922, le camicie nere hanno fatto più morti che non le camicie brune naziste prima dell’avvento al potere di Hitler. Con il fascismo bisogna fare i conti riconoscendolo per ciò che è stato: un movimento razzista e violento, come dimostrano i crimini commessi in Etiopia, in Libia, in Jugoslavia e in Grecia. Ecco perché il fascismo è anticostituzionale e la Costituzione è la negazione del fascismo.

Se non si parte da questo punto fermo, si fanno simmetrie senza fondamento storico. Svolgo da tempo, nei miei scritti, una critica serrata alla storia del Pci, al cui interno mi sono sempre battuto per un distacco radicale dall’esperienza sovietica. Non sono un nostalgico dello stalinismo che ho sempre combattuto, ma non posso ignorare che la prima grande sconfitta delle armate hitleriane fu a Stalingrado, in una gigantesca battaglia terrestre. Dopo la sequenza di vittorie che dal 1939 lo avevano fatto dilagare nel continente da Ovest a Est, fu quella, grazie alla resistenza eroica e al contrattacco disperato dei sovietici, l’inizio della fine del nazismo, il sospirato segnale della possibile vittoria della coalizione antifascista comprendente inglesi, americani e sovietici.

Era l’inverno del 1942-1943. Di lì a pochi mesi il regime fascista sarebbe crollato e su questo fronte avrebbero cominciato a combattere e a morire i partigiani italiani, sotto la guida dei partiti antifascisti. Ad Asti e a tutti coloro che, incoraggiati dal clima dilagante di stravolgimento della storia, considerano fascismo e comunismo come due aberrazioni uguali e contrarie, ricordo una semplice cosa: la Costituzione porta la firma del presidente dell’Assemblea costituente, il comunista Umberto Terracini. I comunisti furono -nel bene e nel male- tra gli autori principali della Costituzione, essendo stati uno degli attori principali del movimento di Liberazione. Nelle iniziative del 6 febbraio abbiamo ricordato, oltre ai fratelli Carlo e Nello Rosselli e a don Luigi Sturzo, il comunista Antonio Gramsci. Durante i lavori dell’Assemblea costituente Gramsci, il maggiore interprete del pensiero marxista italiano, oggi studiato in tutto il mondo, vittima della persecuzione fascista, nel decimo anniversario della sua morte fu celebrato da tutti i partiti antifascisti come un eroe e un martire della causa comune e più semplicemente della civiltà.

Questa discussione non è solo storiografica ma ci parla dell’oggi. Perché, una volta aperta la diga dell’antifascismo, non c’è limite alle aberrazioni che possono tracimare. Fascismo, nazismo e razzismo fanno parte della nostra quotidianità, tanto che non li chiamiamo più nemmeno con il loro nome. Il tentativo di linciaggio a Macerata non è il “gesto di un pazzo”. E comunque, anche se fosse, in ogni tempo storico la “follia” prende le forme della “ragione” che ha intorno: se l’aria è satura dell’odio verso i migranti, è logica che la “follia” si armi in quella direzione. La “ragione” che abbiamo intorno e che respiriamo è l’odio, la voce che si sente più forte. Qualsiasi partito di centro o liberale francese, tedesco o inglese prenderebbe drastiche distanze dall’odio. Ho apprezzato, nell’intervista, i toni assai più sobri di Asti, su questo punto, rispetto allo schieramento di cui fa parte. Perché in Italia sembra di essere nell’Europa dell’Est: l’odio è cavalcato dal centrodestra e minimizzato dal centrosinistra, a parte piccole forze.

L’odio e la violenza sono una costante nella storia dell’umanità: per questo è importante tenere duro sui principi della Costituzione antifascista e antirazzista. Del resto, domandiamoci: c’è un’alternativa? No, non c’è un’alternativa accettabile a una riconsiderazione e a una reinterpretazione dell’antifascismo e del “patriottismo costituzionale” come spazio repubblicano condiviso: quali altri ideali abbiamo, noi italiani, se non quelli che ci hanno ispirato nella lotta di Liberazione? L’unica alternativa è una repubblica priva di ogni elemento identitario, complesso di procedure gestite da una classe politica sempre più “castale”: una prospettiva inaccettabile. In cui la notte della memoria cadrebbe del tutto su di noi.
Detto questo, so bene che le culture dell’antifascismo rischiano di rinchiudersi in una sorta di giusta deprecazione, incompresa però da larghi strati popolari. La memoria deve incidere sul presente, altrimenti svanisce. Il fascismo, il nazismo, il razzismo dicono di difendere i più poveri dall’”invasione” e dalla globalizzazione. Non è affatto così. Ma su questo terreno, quello delle lacerazioni sociali, le culture dell’antifascismo sono da tempo assenti. Oggi il vero “totalitarismo” è quello dell’austerity neoliberista e del dominio della finanza: la difesa costituzionale deve quindi diventare un tutt’uno con la lotta a questo nuovo “totalitarismo”. Non si conserva una memoria che non sia, in qualche modo, uno strumento ritenuto utile per cambiare il mondo e renderlo più giusto.

Giorgio Pagano
Cooperante, già Sindaco della Spezia

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