Presentazione di “Sebben che siamo donne. Resistenza al femminile in IV Zona Operativa, tra La Spezia e Lunigiana” di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello – Venerdì 29 Giugno ore 17 a Chiavari
19 giugno 2018 – 21:21 | No Comment

Presentazione di “Sebben che siamo donne. Resistenza al femminile in IV Zona Operativa, tra La Spezia e Lunigiana“di Giorgio Pagano e Maria Cristina MirabelloVenerdì 29 Giugno ore 17 a Chiavari
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2018, tutte le sfide per Spezia

a cura di in data 26 gennaio 2018 – 12:26Nessun commento
La Spezia, veduta da Campiglia  (2014)  (foto Giorgio Pagano)

La Spezia, veduta da Campiglia
(2014) (foto Giorgio Pagano)

Prima parte
Città della Spezia 21 gennaio 2018

QUATTRO EMERGENZE: LAVORO, POVERTA’, AMBIENTE, DEMOGRAFIA
La nostra regione, spiega Marco De Silva, responsabile dell’Ufficio Economico di Cgil Liguria, sta perdendo lavoro e occupazione. Dal 2012 al 2017 sono andati perduti 20.000 posti di lavoro (sono scesi da 628.647 a 608.435), siamo sotto di 7.000 occupati rispetto al 2016. Per fortuna si è fermato il calo dell’occupazione femminile e il lavoro dipendente “tiene”, mentre l’industria manifatturiera cresce di 3.000 occupati; ma scendono il lavoro indipendente, l’agricoltura e il turismo, che non crea più occupazione. Il tasso di disoccupazione è al 9%, + 0,7% rispetto allo scorso anno: 60.000 persone cercano un posto di lavoro. Trionfa il contratto a termine, con termini spesso brevissimi, di pochi giorni o di pochi mesi. “In Liguria manca una progettualità, un’organizzazione del futuro dello sviluppo, una regia che dovrebbe garantire la Regione”, sostiene De Silva.
Non è possibile disaggregare questi dati per provincia, ci vorrà qualche mese. I dati su Spezia del 2016, gli ultimi disponibili, erano positivi, i migliori della Liguria. L’occupazione era in crescita: +1,5%rispetto al 2015, solo 1,7% in meno rispetto al massimo storico del 2006. In crescita l’occupazione sia maschile che femminile, quella del lavoro dipendente (stabile quella del lavoro indipendente)e quella del turismo: +4,2% sul 2015, ma -12,5% sul 2011.In calo invece l’occupazione dell’industria manifatturiera:-3,6% sul 2015, -9,2% sul 2010; e purequella delle costruzioni: -4,8% sul 2015. Vedremo i dati del 2017. Ma certamente quelli del 2016, pur positivi, facevano intravvedere una situazione con luci e ombre: un segno più nel turismo, dove l’occupazione è in gran parte a termine, e un segno meno nell’industria manifatturiera. In sostanza: più lavoro, ma più precario e più povero.
Veniamo alla situazione sociale. Anche in questo caso i dati disponibili sono regionali: nel 2016 le persone povere in Liguria erano 104.324, una ogni 16 abitanti. Certamente è cresciuta anche la Spezia dei poveri, quella non visibile e senza voce che vive a stento tra gli interventi pubblici e le reti della solidarietà cattolica. Nel 2016 la Caritas spezzina ha fornito quasi 51mila servizi totali tra pasti e posti letto, 130 inserimenti lavorativi e 12mila docce. Il 73% delle persone che si sono rivolte alla Caritas sono residenti in provincia,principalmente uomini di età compresa tra i 35 e i 44 anni.Basta poco oggi per scivolare nella povertà: perdere l’abitazione, avere un anziano non autosufficiente in casa, divorziare, avere più di due figli, avere un figlio tossicodipendente…Ma non c’è solo la povertà materiale, c’è anche quella immateriale: dispersione scolastica, crescita del numero dei giovani che né studiano né lavorano, analfabetismo di ritorno, solitudine degli anziani.
C’è poi la situazione ambientale. Il Rapporto dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) sulla Qualità dell’Ambiente Urbano nel 2016evidenzia che a Spezia sono in crescita il consumo di suolo, il dissesto idrogeologico e l’inquinamento atmosferico, soprattutto per ciò che riguarda gli ossidi di azoto. Nella classifica di Legambiente sull’Ecosistema Urbano Spezia nel 2017 si posiziona a un rispettabile diciassettesimo posto: ma nel 2006 era al terzo posto.
Infine la crisi demografica: i dati ci parlano di una città che tende a diventare sempre più piccola e anziana. E anche più povera: perché l’invecchiamento della popolazione è una delle componenti del declino economico e produttivo.

GOVERNARE O COMANDARE? LA CRISI DEMOCRATICA E’ L’EMERGENZA PIU’ GRAVE
Questa “analisi del contesto” dovrebbe spingere la classe dirigente cittadina a “volare alto” e a esercitare il massimo di creatività politica: a elaborare cioè un piano strategico partecipato, che guardi a un nuovo futuro. Come si fece a cavallo del millennio, dopo la “grande crisi” degli anni Novanta del secolo scorso. Perché questi sono i dati di un’altra “grande crisi”. Il trinomio industria pulita – porto – turismo/cultura, su cui si costruì una nuova stagione di crescita dopo il profondo processo di deindustrializzazione degli anni Novanta, è ancora valido, ma ha bisogno di un serio aggiornamento – ripensamento. Il modello di welfare mostra crepe profonde: l’eguaglianza costituzionale è sempre più messa in discussione e la misericordia sempre più si sostituisce al diritto. E’ una fortuna che la misericordia ci sia, ma non basta.La crisi ambientale deve portare a considerare la città come un ecosistema, che ha bisogno di quote crescenti di energia rinnovabile, di case efficienti, di nuove modalità di trasporto, di materiali recuperati, di reti intelligenti, di terra sottratta all’edificazione… Mentre la crisi demografica spinge a una nuova concezione dell’accoglienza e dell’integrazione degli immigrati -saremo sempre più una città meticcia- e a considerare l’attenzione e la cura per i giovani come una grande priorità politica.
In realtà la politica di vario colore e la classe dirigente, o i superstiti della classe dirigente, sono concentrati su questioni contingenti. I piani troppo complessi o troppo proiettati sul futuro non interessano, perché non servono per le elezioni di turno.
Forse è troppo presto per giudicare la destra che governa per la prima volta la città. E’ certamente più facile scaldare gli animi contro gli immigrati e i posteggiatori abusivio indovinare qualche mossa giusta su questioni sentite dai cittadini, tipo migliorare la raccolta differenziata (vedremo se funzioneranno i nuovi “cassonetti intelligenti”) o togliere i bus turistici dal centro.Maprima o poi ci sarà bisogno di un progetto di città.
E l’opposizione? Leggiamo le parole del suo rappresentante più autorevole, il Ministro Andrea Orlando:“Colpisce il fatto che da quando c’è la nuova consigliatura, non solo non si sia approfondito il perché della sconfitta ma non si sono nemmeno fatte incontrare tutte le opposizioni per ragionare su un progetto alternativo… Il Partito democratico è totalmente scomparso… E’ davvero desolante, così governeranno per altri venticinque anni” (“Città della Spezia”, 17 ottobre 2017).
Concetti analoghi esprime, scrivendo di Genova, Luca Borzani: “Per fare un’opposizione diversa bisogna sciogliere dei nodi e mettere in campo idee forti per Genova… Chiedersi degli effetti disastrosi portati dal familismo, dal personalismo arrogante, da una gestione sempre più affaticata della cosa pubblica. Paradossalmente questa è la parte più facile. Quella più difficile è innescare una riflessione che porti a un nuovo progetto di città, capace di traguardare i prossimi anni, a uscire dall’autoreferenzialità, a ritrovare voce nei quartieri. Più difficile perché impone di tornare a produrre idee” (“Repubblica Liguria”, 26 agosto 2017).
La sensazione è quella di una sostanziale marginalità della politica, della sua impotenza a esercitare l’arte della creatività strategica -saper scegliere priorità condivise e saper valorizzare tutte le energie cittadine-, l’unica capace di incidere sulla realtà. Il che porta a una sfiducia verso la democrazia e le istituzioni, all’emergenza più grave di tutte che è quella democratica. Sia chi ha vinto sia chi ha perso si è già dimenticato dell’astensionismo record e di chi non vota più.La destra può commettere lo stesso errore commesso da chi l’ha preceduta nel decennio trascorso: cercare di comandare, invece di governare. Ma i cittadini hanno bisogno di qualcuno che governi con loro, non di qualcuno che voglia semplicemente comandare. La voglia di comandare induce sospetti di protagonismo individuale e tenta di nascondere il vero problema, la mancanza di cultura di governo. Per governare certamente serve anche la funzione del comando, ma soprattutto servono le funzioni del pensiero, dell’ascolto, della ricerca della partecipazione popolare, della condivisione.

La Spezia, viale Ferrari angolo corso Cavour, Palazzo Maggiani, costruito nel 1900-1902  (2015)  (foto Giorgio Pagano)

La Spezia, viale Ferrari angolo corso Cavour, Palazzo Maggiani, costruito nel 1900-1902
(2015) (foto Giorgio Pagano)

IL “VECCHIO” e IL “NUOVO” PIANO URBANISTICO COMUNALE
Un’occasione per dar vita a un progetto di città era rappresentata dal Piano Urbanistico Comunale (PUC). La vecchia Amministrazione ha commesso l’errore di iniziare l’iter della sua approvazione in extremis, negli scampoli della consigliatura. E senza un vero coinvolgimento della città. E’ ovvio che la nuova Amministrazione, di colore diverso,non abbia voluto il Piano: politicamente non poteva che finire così. Quell’iter appena iniziato è stato lasciato morire, ma idee alternative non ne sono venute fuori. Sarebbe stato preferibile spiegare perché il “nuovo PUC” non andava bene, revocarlo invece che farlo decadere dal punto di vista giuridico, e dire con chiarezza qual è il progetto, la strategia dell’Amministrazione.
Il PUC archiviato aveva molte buone idee. I lavori di redazione del Piano sono stati coordinati da Daniele Virgilio, l’ottimo architetto del Comune che aveva già lavorato alPiano precedente (approvato nel 2003, ma iniziato nel 1997), nella struttura comunale che supportava gli urbanisti Federico Oliva e Luciano Pontuale. Il “nuovo PUC” (continuiamo a definirlo così per comodità, anche se è decaduto)si proponeva innanzitutto di rimuovere alcune difficoltà che hanno impedito in questi anni l’attuazione dei “distretti di trasformazione integrata” del “vecchio PUC”, soprattutto quelli composti da più proprietà e di maggiore dimensione. Sono partiti i distretti di proprietà pubblica o a regia pubblica, come quello Expò – Megacine, ma non quelli privati come le aree ex Fornaci o ex Messina, sia per la crisi del mercato immobiliare che per i costi delle bonifiche, ma anche per le difficoltà a mettere insieme proprietà diverse. Il “nuovo PUC” frammentava i distretti in moduli, dando la possibilità alle diverse proprietà di agire in modo indipendente. Un’altra buona idea era quella di un’ulteriore (rispetto a quella già prevista nel “vecchio PUC”) revisione dell’area ex IP per adeguarla a condizioni più realistiche del mercato immobiliare: si tagliavano le residenze, si confermava l’albergo e si inserivano attività produttive nella parte più vicina alla Variante Aurelia. Confermato anche il parco, collegato con la rete ciclopedonale e con i sentieri dell’arco collinare. Una parte dell’area destinata a parco è stata purtroppo, pochi anni fa, cementificata per essere destinata ad area per i lunapark: un errore passato purtroppo nel silenzio. L’auspicio è chepossa tornare zona parco.Il “nuovo PUC”potenziava e migliorava inoltre la normativa sulle colline: no a nuove costruzioni, obbligo dell’uso agricolo in caso di ampiamenti, premialità a chi mantiene i sentieri… Più in generale, in tutta la città il taglio previsto delle attività edificatorie era del 45%. A Marola e a Cadimare erano previsti nuovi spazi pubblici a mare; per l’area Enel si prevedevano attività produttive a impatto zero, ma anche una darsena interna fino al carbonile (un’idea che anch’io ho proposto, senza conoscere il lavoro in corso per il “nuovo PUC”).Ancora: per le abitazioni di edilizia popolare erano previsti 186 nuovi alloggi, vicini a zone abitate, e si puntava al recupero degli alloggi sfitti (anche se molte sono seconde case); si puntava a valorizzare i piani terra per le botteghe di quartiere, contro i “grandi contenitori”; si incentivavano le rigenerazioni ecoenergetiche (impianti di fotovoltaico nei bacini di lagunaggio dell’Enel e nell’ex discarica di Vallegrande)… Per il waterfront, infine, si prevedevano un albergo a nove piani, piccoli edifici e attività pubbliche, e si cancellava il molo per le crociere previsto dal Piano Regolatore del Porto. Una scelta che non mi ha mai convinto, perché il molo mi sembra necessario per la città: al suo interno verrebbe infatti costruita la stazione crocieristica, liberando in questo modo molti più spazi in Calata Paita per funzioni urbane. Va cioè evitato che Calata Paita sia in gran parte impegnata per il traffico crocieristico.
La decadenza del “nuovo PUC” lascia in vigore il “vecchio PUC”, che avendo quindici anni di vita non può non essere modificato: nel frattempo la città ha conosciuto molti cambiamenti, c’è stata la “grande crisi” del 2008, è cambiata la cultura, e così via. Devo dire, però, che ho trovato esagerata la critica al “vecchio PUC” come “piano del cemento”. Non ho mai guardato al passato come a qualcosa di intoccabile, anzi. Il “vecchio PUC” in Italia era considerato un “modello”, ma già nel 2009 io chiedevo alla nuova Amministrazione di“minimizzare le azioni che alimentano il consumo di suolo, riducendo drasticamente le costruzioni e vincolando in maniera sempre più chiara ed efficace gli interventi edilizi al recupero di territorio agricolo” (“Il futuro dell’Enel, le colline da salvare”, “Il Secolo XIX”, 22 novembre 2009). La perfezione non è di questo mondo: ogni progetto va adattato, migliorato, arricchito. La fatica dell’uomo politico è come quella di Sisifo: ha un masso sulle spalle, che rotola giù quando l’ha portato in cima alla montagna. E allora deve ricominciare daccapo la salita. Quel che conta è lo sforzo, il risultato cambia sempre, non bisogna accontentarsi mai. Ma bisogna “storicizzare”, capire le esigenze e le culture del momento storico in cui un progetto prende forma. E quindiricordare le motivazioni che portarono all’impostazione del “vecchio PUC”.
Federico Oliva è uno dei migliori urbanisti italiani, ha presieduto l’INU (Istituto Nazionale di Urbanistica) dal 2005 al 2013. In questi anni, nel mio lavoro nel campo della pianificazione strategica urbana, ho continuato a frequentarlo. La polemica politica contro il “vecchio PUC” l’ha molto amareggiato, e lo capisco. Perché dimentica del tutto le scelte positive che quel Piano introdusse rispetto alla normativa precedente.Oliva condivide molte scelte del “nuovo PUC”, a partire da quelle sull’area ex IP, ma dissente su alcuni punti di fondo. Intanto su questo punto: “un supposto interesse pubblico non può essere affermato senza la valutazione attenta dei possibili ‘diritti acquisiti’ che la legge invece tutela”, mi dice. E aggiunge: “Ho certamente delle responsabilità, perché ho sempre sostenuto che un piano deve essere fattibile e si deve quindi misurare con tutte le condizioni giuridiche che condizionano le diverse scelte e non può prendere scorciatoie che si possono rivelare sbagliate, come dimostra tutta la vicenda del PRG di Roma del 2008 con la polemica sui ‘diritti edificatori’”. Questo è un punto non da poco, di cui si discusse allora e si discute oggi, per fare un esempio, a proposito dell’insediamento abitativo a Valdellora. Ed è un punto che la nuova Amministrazione dovrà ben valutare.
Ma leggiamo ancora le parole di Oliva: “Il primo elemento da tenere a mente è che il PUC 2003 doveva gestire la gran quantità di aree pubbliche previste dal PRG precedente, tutte a rischio decadenza per le modifiche all’ordinamento giuridico introdotte in quegli anni dalla decadenza quinquennale dei vincoli e dall’incostituzionalità delle indennità espropriative stabilite dalla legge 865/71. Lo fece inventandosi, come per altri piani tutti in qualche modo riferiti alla scuola riformista di Campos Venuti, la ‘perequazione urbanistica’, una nuova modalità corrente per l’acquisizione delle aree pubbliche, da pagare non con denaro pubblico (che non c’è), ma con quote di edificabilità; una scelta operativa che al di là dell’esito pratico, consentiva che le destinazioni pubbliche non decadessero dopo cinque anni, perché non gravate da vincoli pubblicistici.Il secondo elemento da tenere a mente -che, tra l’altro, riguardava l’aspetto innovativo più rilevante proposto dal PUC 2003- riguarda il fatto che la strategia urbanistica di quel piano era tutta incentrata sulla città esistente da riqualificare, non solo quella storica ma anche quella consolidata: a parte il grande comparto IP, che aveva una storia urbanistica precedente alle scelte dello stesso PUC, e la trasformazione in ‘città’ degli ambiti portuali sottoutilizzati, da riusare e da valorizzare anche per sostenere nuove attività interessanti per avviare una nuova economia della città, nel nuovo strumento urbanistico generale non erano previste grandi ‘aree di espansione’, ma si puntava a una riorganizzazione dei tessuti urbani partendo dai vari distretti di trasformazione individuati, cercando di garantire attraverso il meccanismo perequativo quella qualità in larga parte mancante nella parte moderna della città. Una soluzione certamente non facile e che, infatti, le Amministrazioni non hanno saputo affrontare in modo adeguato”. Questa la sua conclusione: “Appare molto discutibile la scelta attribuita al ‘nuovo PUC’ di un drastico taglio alle previsioni del precedente strumento urbanistico, almeno nelle dimensioni prospettate. Discutibile perché, in realtà, nel PUC 2003 non sono contenute trasformazioni urbanistiche di dimensione tale da poter determinare riduzioni delle possibilità insediative della portata rivendicata (e quindi la mancata approvazione del ‘nuovo PUC’ non presenterebbe le criticità denunciate): in realtà i tagli operati dal ‘nuovo PUC’, che vengono messi in discussione dalla sua decadenza, riguardano più che altro i due grandi comparti dell’area ex IP e dell’area portuale, che hanno preceduto (area ex IP) e che si sono aggiunte (area portuale) alle previsioni del PUC 2003”.
Insomma, c’è materia per un confronto serio e partecipato per elaborare il PUC che dovrà prendere il posto di quello in vigore. E la nuova Amministrazione -è la condizione principale per dar vita a un buon Piano- deve fissare in via preliminare, discutendo con la città, quali sono i suoi obbiettivi, qual è il suo progetto.

IL WATERFRONT E LA PARTECIPAZIONE
Una questione chiave della pianificazione urbanistica è quella del waterfront. La nuova Amministrazione su un punto è stata chiara: è favorevole al molo crociere previsto dal PRP. Nel frattempo è emersa una proposta: Msc Cruise e Royal Caribbean sono pronte a investire per realizzare la stazione crocieristica e gestirla. Un’istanza congiunta, all’insegna del projectfinancing -opere in cambio di concessioni-gestioni nell’ambito di un partenariato pubblico-privato-, presentata all’Autorità di sistema portuale del Mar Ligure Orientale da parte di due delle principali compagnie del settore. Una manifestazione di interesse, da verificare, per poi dar corso, previa pubblicazione della proposta, a una gara funzionale a garantire la concorrenza, quindi la partecipazione di altri soggetti potenzialmente interessati. La presidente Carla Roncallo, a proposito di questa gara, ha dichiarato: “Insieme al Comune, abbiamo chiesto ai proponenti di integrare, almeno a livello progettuale, la proposta avanzata anche per le parti rimanenti della Calata Paita, in modo da avere una visione d’insieme del waterfront, da realizzare poi eventualmente anche per stralci” (“La Nazione”, 9 novembre 2017). Quindi il projectfinancing riguarda tutto il waterfront: ma le scelte non possono essere certo delegate ai privati. L’Autorità Portuale e, soprattutto, il Comune, devono fissare gli obbiettivi. Il Sindaco Pierluigi Peracchini qualcosa nel merito ha detto: “Ci sono molte proposte in campo quali una piscina con un moto ondoso, un parco acquatico e il sommergibile musealizzato. La nostra più ferma intenzione è quella di sostenere tutto ciò che è utile per lo sviluppo economico della città…Non certo una colata di cemento alla Llavador” (“La Nazione”, 12 ottobre 2017). Precisato che né il “vecchio Puc”, né il PRP, né il progetto Llavador vincitore del concorso di idee del 2007 prevedevano alcuna “colata di cemento”, prevista invece dal secondo progetto Llavador contenuto nel masterplan presentato dall’Autorità Portuale nel 2010, la domanda è: “Sul progetto del waterfront si intende o no coinvolgere la città e dar vita a un processo partecipativo?”. Anche perché le proposte cambiano. In una dichiarazione successiva il Sindaco ha detto:“Questa amministrazione ha chiesto che sul fronte a mare ci siano un albergo di lusso, una scuola con centro sportivo integrato, una spiaggia con una piscina per fare surf. Insomma, vogliamo che il waterfront diventi un luogo attrattivo per i giovani, ma anche adatto agli anziani, alle loro passeggiate. Una cosa bella che integri il terminal crociere…Ormai siamo al dunque, entro fine anno penso che si vedrà almeno lo skyline di questo nuovo progetto per il waterfront”(“Città della Spezia”, 7 novembre 2017).Nei giorni scorsi c’è stato il duetto Sindaco-Ance (costruttori edili) sulla possibilità di spostare nel waterfrontla scuola media “Pellico” che è in piazza Verdi… L’anno è passato: lo “skyline”, anche per evitare la “colata di cemento”,dovrebbe essere il frutto di un atto urbanistico, non di una contrattazione con i privati, e di una discussione vera con la città, come si è deciso -meritoriamente- di fare per piazza Cavour.
La seconda parte di questo articolo sarà pubblicata domenica prossima.

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