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La politica in mezzo al guado

a cura di in data 21 dicembre 2017 – 21:39Nessun commento
La Spezia, Tramonti (foto Giorgio Pagano) (2017)

La Spezia, Tramonti
(foto Giorgio Pagano) (2017)

Città della Spezia, 17 dicembre 2017

COLLASSA IL SISTEMA: MA SI SALVANO I SUOI CAPI
“Collassa il sistema: ma si salvano i suoi capi”, con questo titolo Lucia Annunziata ha scritto un articolo illuminante sulla nuova legge elettorale (il Rosatellum), approvata a fine legislatura con un voto di fiducia chiesto dal Governo Gentiloni su richiesta di Matteo Renzi (“Huffington Post”, 12 ottobre 2017). Questa la sua conclusione:
“Il Rosatellum conferma la solita dote che tutte le ultime leggi elettorali hanno conferito ai leader politici: quella di designare, attraverso i nominati, un nuovo Parlamento a propria immagine e somiglianza. In altre parole, grazie alla fiducia, in fretta e in sicurezza, si sono garantiti la sopravvivenza Renzi, Salvini, Berlusconi, Verdini – mentre al macero andranno tutti gli altri. In sintesi, alla sua fine, la legislatura XVII può dire di aver ottenuto il collasso del sistema – ma non dei capi di questo sistema stesso, che, con una discutibile manovra istituzionale sono riusciti a mandare all’ammasso tutti, eccetto sé stessi”.

VERSO IL DUELLO TRA CENTRODESTRA E M5S
Ma il Rosatellum ha anche un’altra conseguenza: Matteo Renzi, statista immaginario e giocatore d’azzardo, ha consegnato il nostro sistema politico collassato al duello tra centrodestra e M5S. Il disegno di Renzi era di sconfiggere il M5S per via della sua riluttanza a stipulare alleanze. E invece la prova di forza irresponsabile che ha umiliato il Parlamento costringendolo al voto di fiducia ha restituito vigore morale e politico ai grillini, oppositori del Rosatellum nel nome della Costituzione. Mentre il Pd si rivela incapace di costruire una coalizione di una qualche consistenza e il centrodestra, al contrario, pur tra divisioni la coalizione ampia la farà. E’ quasi certo che nessuna forza arriverà al 40%, così da avere il premio di maggioranza per poter governare da sola; ma è altrettanto quasi certo che la vittoria sarà contesa dal M5S e dalle destre coalizzate, con il Pd precipitato in terza posizione, senza nemmeno poter far leva sull’appello al “voto utile” contro la sinistra (l’altro motivo per cui il Pd ha voluto il Rosatellum).

LA STAGIONE DELL’IMPOLITICA
Un’altra conseguenza del Rosatellum è la spinta all’astensionismo: perché ci sono sempre meno elettori che hanno voglia di eleggere i nominati e di salvare i capi. Come ha scritto Gustavo Zagrebelsky, si sta passando dall’antipolitica alla impolitica:
“L’antipolitica è un’energia che può essere mobilitata ‘contro’: i partiti, i politici di professione, la democrazia parlamentare… In un certo senso è un atteggiamento attivo. L’impolitica è l’esatto contrario: è un atteggiamento passivo, di ritrazione, di stanchezza. Un modo di dire: lasciatemi in pace” (“Il Fatto quotidiano”, 6 novembre 2017). L’insofferenza è diventata indifferenza, distacco collettivo rispetto alle imprese dei politici.

La Spezia, Tramonti, fotografia inserita nel calendario 2018 dell’Associazione per Tramonti (foto Giorgio Pagano) (2014)

La Spezia, Tramonti, fotografia inserita nel calendario 2018 dell’Associazione per Tramonti
(foto Giorgio Pagano) (2014)

LE DESTRE DIVERGENTI E UNITE
Il principale beneficiario della legge renziana è il raggruppamento delle destre. Con il Rosatellum può infatti ricorrere alla coalizione fasulla che non richiede la condivisione reale di un programma e consente di stipulare alleanze del tutto insincere per raccogliere voti e dividersi dopo. Forza Italia guarda al Partito Popolare Europeo, la Lega all’ultradestra. Il centrodestra si unirà ma su tasse, immigrazione, Europa bisognerà che scelga una linea: non può stare contemporaneamente con Merkel e con i neonazisti tedeschi. Certamente si spartirà i collegi uninominali, ma la questione non è semplice: i voti leghisti del nord non saranno facilmente trasferibili su candidati di destra moderata. E poi un leader condiviso non ce l’ha: non lo è Salvini, non lo è la Meloni e non lo è neppure Berlusconi, che è di nuovo in piedi -nonostante sia incandidabile per le condanne- grazie al deserto del campo avverso ma non è più il dominus del centrodestra come un tempo. L’egemonia di Berlusconi nel centrodestra è definitivamente tramontata, e nessun’altra egemonia è in vista.

CINQUE STELLE: HANNO CARTE IN MANO, MA NON DEVONO ISOLARSI
Le carte in mano dei Cinque Stelle sono il deserto del Pd e le divergenze delle destre, oltre che i risultati negativi dell’opera di governo di entrambi. Il Rosatellum è un’altra carta in mano. Un’altra, forse la migliore, è la vicenda Maria Elena Boschi – Banca Etruria. La costante perdita di credibilità dell’establishment è la benzina del M5S. Detto questo, il M5S non arriverà al 40% e non potrà governare da solo. Viviamo in una fase politica in cui il tema delle alleanze si impone. Ci sono momenti nella storia in cui per restare fedeli a sé stessi bisogna cambiare. Io non sono ostile al M5S: non condivido la loro posizione sull’immigrazione e su molti altri temi, ma con loro ho difeso la Costituzione, e apprezzo che siano contro il jobs act e sensibili all’ambiente. L’alleanza più coerente è quella con la sinistra. E la sinistra non deve abbandonare la vecchia idea di scoprire e rafforzare la vena di sinistra -che coesiste con una vena di destra- dei grillini. Del resto le elezioni a Ostia l’hanno dimostrato: al ballottaggio tra M5S e centrodestra, l’elettorato della sinistra, ma anche quello del Pd, ha votato in massa per i grillini.

IL PD ALLA DERIVA
Tra i giudizi più spietati sul Pd c’è quello di Emanuele Macaluso, storico esponente della sinistra:
“Prima la sinistra aveva un rapporto diretto con le masse, affrontava i problemi concreti delle persone, conduceva battaglie sociali e culturali… Adesso tutto questo è completamente sparito. Si pensa che bastino i tweet, i dibattiti televisivi urlati… Qualcuno si offende quando dico che una volta un bracciante emiliano o un contadino delle Madonie avevano cultura politica, interesse e visione del mondo superiori a quelli dell’attuale classe dirigente” (“Corriere della Sera”, 6 novembre 2017). Ho sempre criticato il Pd perché privo di un’ideologia, nel senso di una concezione del mondo che interpreta la realtà e mobilita i soggetti sociali per imprese collettive, ma ha ragione Michele Prospero a scrivere che in realtà il Pd è un’organizzazione fortemente ideologica: nel senso che coltiva “l’ideologia del comando di una persona che non concepisce altro legame che il servizio prestato alle sue ambizioni di potere” (“Il Manifesto”, 28 ottobre 2017). Il Pd da tempo non ha più nulla a che fare con la sinistra: ogni movimento comincia da un’idea, e l’idea della sinistra era l’eguaglianza nella libertà, la difesa della dignità di coloro che non hanno e nemmeno vogliono privilegi. Un’idea che è stata abbandonata. C’è chi sostiene che il Pd sia un partito di centro che ha preso il posto della vecchia Democrazia Cristiana: può darsi, ma certamente senza averne la cultura né una sinistra interna altrettanto efficace e preparata. E’ certamente il partito del potere: perché ha inteso il potere come un fine. Non a caso tutti restano al loro posto, Renzi e Boschi in testa e giù giù nelle realtà locali, anche dopo le batoste elettorali più tremende. Può darsi che dopo il voto il Pd si allei con Berlusconi: sarebbe un patto di potere tra perdenti, di poca durata.

SINISTRA, SERVE UN BIG BANG
A sinistra del Pd sta andando avanti, tra molti problemi, il difficile lavoro di ricostruzione di una nuova forza che restituisca visibilità a uno spazio ideale e sociale che pare tramontato. Le condizioni per l’impresa non sono favorevoli -si parte dalle macerie- ma il tentativo è giusto che sia fatto. Si è costituito un nucleo, Liberi e Uguali, grazie all’intesa tra Mdp, Sinistra Italiana e Possibile. Il gruppo civico e di sinistra di Tomaso Montanari e Anna Falcone si è tirato fuori per non “fare i testimonial di una lista, di fatto, controllata dalle segreterie dei partiti”. Rifondazione Comunista e altre forze faranno un’altra lista. Il rischio, anche per Liberi e Uguali, è quello di ripetere l’errore fatale delle esperienze elettorali dal 2008 in poi: non fare i conti con la crisi del Paese e con le domande reali delle persone più deboli, nell’illusione che basti dichiararsi di sinistra per rappresentare quelle domande. Silvio Ferrari, in un dibattito aperto sul “Secolo XIX” da Maurizio Maggiani, ha scritto che “il nodo è affermare la necessità di una frattura non rinviabile fra quanto sopravvive dell’assetto istituzionale storico e l’entrata di un soggetto di cui possono essere protagonisti coloro che non si sono identificati con quello che c’è già stato”. Significa che il ciclo politico cominciato con il Pci è finito, così come è finita la storia della sinistra radicale, che ha governato con Prodi condividendone tutti i limiti e facendo troppo poco per non essere percepita come una “casta di sinistra”. Il grande tema è quello di come interpretare la divisione centrale della politica contemporanea, quella tra basso e alto, di come ridurre le diseguaglianze e la precarietà del lavoro. Per parlare all’altra metà del Paese, quella che non vota più. Nuove forze, in Europa, sono protagoniste, in forme diverse, della “frattura” di cui parla Ferrari. In Italia non è ancora così. E provarci sul terreno elettorale non è il modo migliore. Perché, senza un movimento reale, le sigle inventate alla vigilia del voto restano progetti evanescenti. Tuttavia, ripeto, è giusto tentare. Ma, come ha detto Peppino Caldarola, direttore della rivista “Italianieuropei”, in un’intervista alla “Stampa”, “serve un big bang, ripartire da zero e convincere gli elettori che comincia una storia nuova” (7 novembre 2017). Alla inevitabile domanda sul leader, Caldarola ha così risposto: “Penso a un outsider, un uomo di popolo e di movimento, che non abbia fatto parte dei vecchi gruppi dirigenti. Una figura come Maurizio Landini, ino che anche fisicamente stia dalla parte degli esclusi”. Sostengo da molto tempo, anche in questa rubrica, l’idea del “big bang” e pure quella di Landini. Certamente i tempi per questo progetto non sono brevi. Ma il Paese non aspetta. Nel caos del dopo elezioni, in un quadro di collasso del sistema politico e di crisi strutturale di molti suoi attori, il tema di un’intesa programmatica e politica tra M5S e sinistra si porrà in modo ineludibile.

lucidellacitta2011@gmail.com

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