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8 dicembre 2017 – 18:30 | No Comment

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Il ’77, una ferita ancora aperta

a cura di in data 6 agosto 2017 – 15:12Nessun commento
La Spezia, manifestazione femminista    (1977)    (foto Giorgio Pagano)

La Spezia, manifestazione femminista
(1977) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 30 luglio 2017 – Sono passati quarant’anni, ma l’anniversario del “movimento del ‘77” sta passando sotto silenzio. Eppure fu un anno cruciale: “Si consuma allora una rottura tra partiti e movimenti che arriva fino a oggi”, ha scritto lo storico Giovanni De Luna. Come dire che fu una tappa miliare della crisi della sinistra italiana.

Ma che cosa fu il “movimento del ‘77”? Qualcosa di molto diverso da quello del ’68. E’ sempre De Luna a spiegarlo: “Il ’68 appartiene totalmente al Novecento, il ’77 ha invece fortissime caratteristiche postnovecentesche”. La generazione del ’68 era infatti legata alle simbologie tradizionali del movimento operaio e alla bandiera rossa, aveva la priorità della “centralità operaia”. I giovani del ’68 cercarono un’alleanza con la classe operaia e la praticarono: “Operai e studenti uniti nella lotta” fu lo slogan emblematico di quella generazione. La generazione del ’77 era invece senza bandiere: “Non è il ’68. E’ il ’77. Non abbiamo né passato né futuro. La storia ci uccide”, recitava una scritta sul muro dell’Università di Roma. “I giovani del ’77 -ha scritto lo storico Sergio Bologna- vedevano nella fabbrica non un luogo dell’emancipazione attraverso la solidarietà, ma un luogo di sofferenza da cui fuggire”. Non a caso il suo atto emblematico fu l’attacco a Luciano Lama, segretario generale della Cgil, costretto ad abbandonare l’Università di Roma mentre teneva un comizio. Leggiamo ancora Bologna: “Il post-fordismo in Italia è nato dal basso, dalla spinta di coloro che non volevano essere salariati, a loro andava bene essere precari. Oggi il precariato è cambiato di senso ed è diventato una condanna”. Con il ’77 si supera cioè il fordismo tipico della società industriale ed entrano in campo altre tribù: gli studenti, le donne, i disoccupati, i precari, i lavoratori autonomi. Nel ’68 tutto era “compatto”: il linguaggio, la dimensione esistenziale dalla musica al modo di vestire. Nel ’77 questa “compattezza” si frantuma in tante tribù. Che non cercano più la “mediazione” con la classe operaia, i suoi partiti, i suoi sindacati, ma esigono una soddisfazione immediata dei bisogni, “ora e subito”: “Cosa diciamo compagni? Basta! Cosa vogliamo? Tutto!” fu il loro slogan emblematico. Ci fu anche molta inventiva iconoclasta, come quella degli “indiani metropolitani”: “Manitù Manitù la tristezza non c’è più”, “Siam violenti, siam dementi, siamo sempre più scontenti”, “Ci tolgono la gioia, ci tolgono la vita, con questo sistema facciamola finita”, e così via. E’ chiaro che un movimento così, senza una strategia e una cultura che unificassero le varie tribù era destinato alla sconfitta.

Molte le date emblematiche del “movimento del 77”. Una è quella del 12 maggio 1977, con il corpo di un’adolescente riverso a terra all’imbocco di Ponte Garibaldi sul Tevere, a Roma: Giorgiana Masi, una ragazza di neppure vent’anni, uccisa da un killer (molto probabilmente un agente di polizia in borghese) rimasto sempre sconosciuto. Un’altra data è quella del 23-25 settembre 1977, quando si tenne a Bologna il “Convegno nazionale sulla repressione”, egemonizzato dai gruppi violenti e armati, i cosiddetti “autonomi”, in contrasto con la parte del movimento più “spontanea”, propensa a una lotta sui temi della “controcultura”.

La sacrosanta condanna della violenza impedì però di capire e di esplorare la storia di una generazione, e il tragico fallimento che ne seguì: qualcuno scelse la violenza, molti l’eroina, qualcuno cominciò a viaggiare in India alla ricerca di una dimensione spirituale, tanti smarrirono l’idea stessa di una trasformazione possibile, fino al fenomeno che fu definito “riflusso nel privato”.

Roma, Ponte Garibaldi, targa in ricordo di Giorgiana Masi    (2017)    (foto Giorgio Pagano)

Roma, Ponte Garibaldi, targa in ricordo di Giorgiana Masi
(2017) (foto Giorgio Pagano)

Non c’è dubbio che la politica non capì e non esplorò. Scrive De Luna: “Con il compromesso storico si inaridiscono le fonti del rapporto tra politica e movimenti. I partiti, che fino allora avevano tenuto aperti vari canali di collegamento con i movimenti, li recidono e si chiudono nel Palazzo… Da quel momento si apre una deriva ancora oggi non colmata. E cioè l’impossibilità per i movimenti in lotta di trovare un loro spazio, un loro interlocutore politico. I movimenti che si sono succeduti negli anni, dalla Pantera ai Girotondi, non sono mai riusciti ad avere una espressione politicamente credibile”. Penso anch’io che il compromesso storico sia stata una scelta sbagliata, che non seppe raccogliere la spinta sociale di quegli anni. La scelta giusta sarebbe stata quella di dar vita al “partito unico della sinistra”, capace di un riformismo più innovativo e più adatto a cogliere le trasformazioni economiche rispetto a quello espresso dal Pci del compromesso storico. La capacità di analisi fu sopraffatta dalle politiche di emergenza. Da qui l’incapacità, per esempio, di capire la crisi del lavoro neofordista e la nascita del precariato, che fu uno dei tratti principali del ’77. O di capire la spinta più creativa del movimento, quella femminista.

La rottura del ’77 spiega bene la crisi della sinistra oggi: il Pd spostato a destra in modo tale che non si può più definire un partito di sinistra; la scarsa credibilità di ciò che si muove a sinistra del Pd. Forse questo scenario può cambiare se la sinistra prova a svegliare la metà del Paese che non vota più e a collegarsi alle spinte sociali e civili che nonostante tutto covano sotto la cenere.

lucidellacitta2011@gmail.com

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