Presentazione di “Sebben che siamo donne. Resistenza al femminile in IV zona operativa, tra La Spezia e Lunigiana”, di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello, Venerdì 15 Dicembre ore 17 Centro Allende
8 dicembre 2017 – 18:30 | No Comment

Presentazione di “Sebben che siamo donne. Resistenza al femminile in IV zona operativa, tra La Spezia e Lunigiana“,
di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello,
Venerdì 15 Dicembre ore 17 Centro Allende
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Pontremoli e Spezia, quante storie in comune

a cura di in data 29 luglio 2017 – 16:59Nessun commento
Pontremoli    (2016)    (foto Giorgio Pagano)

Pontremoli (2016) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 23 luglio 2017

LAURA, LA MAESTRA CON IL FUCILE
Anche Laura Seghettini se ne è andata: era l’ultima figura “eroica” della Resistenza sui nostri monti rimasta in vita. Laura era la “maestra con il fucile”, che fino alla fine fu accanto al suo compagno “Facio”, ucciso da altri partigiani il 22 luglio del 1944. Marito, si dovrebbe dire, perché in qualche modo il matrimonio, ai monti, lo celebrarono. E lei gli fu sempre fedele, per settantatré anni. L’ultima volta che ho incontrato Laura è stato a casa sua, a Pontremoli. Le portai una copia del mio libro “Eppur bisogna ardir”, che ha un capitolo intitolato “Facio e Laura”. La foto che vedete in basso ci ritrae felici. Con noi c’erano gli amici pontremolesi Paolo Bissoli e Caterina Rapetti. Quando sfogliò il libro mi disse: “Hai fatto bene a scrivere anche di ‘Tullio’ (Primo Battistini, il partigiano più discusso della nostra Resistenza, n.d.r.), nel dopoguerra diedero tutte le colpe a lui… io ero al processo, firmarono la condanna quattro su otto, ‘Tullio’ non firmò”. Poi mangiammo -soprattutto lei!- i pasticcini: aveva compiuto da pochi giorni 94 anni. Si ricordò della fame ai monti, e di quella donna contadina che una volta diede alla sua brigata un’enorme pagnotta, tolta alla bocca dei suoi figli: un piccolo episodio, per lei un simbolo della Resistenza civile e sociale.

GIOVANNI SISMONDO, VESCOVO SAGGIO, RESISTENTE CIVILE E SOCIALE
Laura è una delle tante figure che evidenziano l’unità della Resistenza spezzina e pontremolese. E’ un’unità che emerge bene anche dalla figura di monsignor Giovanni Sismondo, Vescovo di Pontremoli dal 1930 al 1954, ricordata di recente in un convegno di grane interesse organizzato dall’Istituto Storico della Resistenza Apuana. A Sismondo era stato dedicato, nel 1979, un libro molto documentato, scritto da Pier Luigi Rossi. Durante la Resistenza l’opera del Vescovo fu instancabile, fitta di rapporti con le parti che si fronteggiavano.
I suoi contatti con i partigiani e gli alleati furono determinanti in tante situazioni, quelli con i comandi tedeschi portarono alla salvezza di tante persone e vengono ricordati soprattutto per le ore difficili della fine del conflitto quanto gli occupanti in fuga minacciavano, come vedremo, di far saltare in aria Pontremoli. “Mai prima di allora avevo incontrato alcun uomo dotato di una saggezza tanto profonda quanto quella di monsignor Giovanni Sismondo, né mi accadde di incontrare in seguito”: a scrivere così del Vescovo è un testimone di rango, un altro protagonista della nostra Resistenza, l’ufficiale britannico Gordon Lett, comandante del “Battaglione Internazionale”, operante in Lunigiana dal ’43 al ’45 (la sede era a Rossano di Zeri). La Chiesa italiana, durante il fascismo, fu vicina al regime. Si pensi al consenso per la guerra in Etiopia, e anche all’appoggio all’ingresso dell’Italia in guerra, nel 1940: il vero nemico era a Mosca. Ma l’esperienza della guerra e la crisi sociale cambiarono le cose, a partire dal 1942: una generazione di italiani falcidiata in Russia, la fame, i bombardamenti degli alleati… In Papa Pio XII rimaneva la preoccupazione per una vittoria dell’Urss, ma si fece chiara la scelta politico-diplomatica per la pace, e anche quella contro il fascismo, per “la riconquista cristiana della società italiana”. I sacerdoti furono protagonisti della salvezza degli ebrei e cominciarono a collaborare con i Comitati di Liberazione Nazionale (CLN), soprattutto per gli aiuti alimentari. Anche se, va detto, non furono tutti dei Sismondo. Lui fu veramente straordinario. Certo, non fece, come altri sacerdoti che diventarono cappellani delle formazioni partigiane e presero il fucile, la scelta della “guerra di liberazione”, tantomeno quella della “guerra di classe”. Condannava ogni uso della forza, voleva moderare quelli che lui considerava a volte degli eccessi dei partigiani, ma fu certamente “un resistente civile e sociale”, che non riconobbe mai nessuna autorità alla Repubblica di Salò e alla Germania, potenza occupante.

LA STRAGE DEL MONTE BARCA: IL VESCOVO CONTRO LA “X MAS”
All’inizio del marzo 1944 alcuni uomini del Battaglione “San Marco” della famigerata “X Mas” si insediarono nel Seminario vescovile di Pontremoli. Erano cominciate le prime azioni partigiane, bisognava “dare una lezione”. La mattina del 13 marzo alcuni uomini della “Decima” si diressero verso Vignola, uccisero Silvio e Renato Galli e Luigi Ferrari. Con passo marziale, petto in fuori, sorriso sulle labbra, tornarono a Pontremoli. Si vantarono di avere eliminato tre partigiani, erano solo tre poveri contadini. Monsignor Sismondo si recò al comando del “San Marco”, fu un colloquio drammatico. Gli uomini della “X Mas” minacciarono di mettere l’intera Pontremoli a ferro e fuoco, “compresi i Monsignori”. Il Vescovo non smise di protestare. Nei giorni successivi ci fu una strage, quella dei partigiani spezzini catturati sul monte Barca, nel bagnonese. Sismondo li incontrò in carcere, conversò a lungo con loro. Cercò in ogni modo di impedire la loro uccisione, ma non vi riuscì. Gli uomini della “Decima”, e anche i tedeschi, furono implacabili. I partigiani furono portati a Valmozzola, nel parmense, e trucidati. Ricordo i loro nomi: Ubaldo Cheirasco, Nino Gerini, Domenico Mosti, Gino Parenti, Giuseppe Tendola, Antonio Trogu e i russi Vassilij Belacoskij e Michail Tartufian. Sul monte Barca erano già stati uccisi Luigi Giannetti, Viktor Ivanov e Luciano Righi. Un libro recente, “I ragazzi del monte Barca” di Luigi Leonardi, una sorta di “romanzo storico” su questa vicenda, racconta molto bene questa storia, con dettagli, sfumature, tratteggi dei personaggi. Sismondo ne emerge in tutta la sua statura morale.

Pontremoli, Laura Seghettini e Giorgio Pagano    (2016)    (foto Giorgio Pagano)

Pontremoli, Laura Seghettini e Giorgio Pagano
(2016) (foto Giorgio Pagano)

SISMONDO, ERMANNO GINDOLI E MARIO FONTANA
Nel febbraio 1945 i fascisti catturarono alcuni partigiani e li chiusero in carcere. Fu comunque un segno positivo: in altri tempi sarebbero stati subito fucilati. Se non fu così, fu anche merito del Vescovo. Nella notte tra il 19 e il 20 febbraio alcuni uomini della Compagnia Arditi al comando di Franco Coni “Franco”, uno dei comandanti più eroici della Resistenza spezzina, scesero da Rossano e tentarono di liberare i prigionieri, senza riuscirci. I fascisti pensarono di reagire uccidendo i detenuti. L’azione dei partigiani fu rapidissima: già nel pomeriggio del 20 febbraio prelevarono tre ostaggi alla Pieve di Saliceto e all’Arpiola e li portarono a Sasseta di Zignago, presso il Comando della IV Zona. Sismondo si mosse subito il mattino dopo, per cercare di salvare tutte le vite umane in gioco. Incontrò Ermanno Gindoli “Ermanno”, della Colonna “Giustizia e libertà”, Gordon Lett e il comandante della IV Zona, il colonnello Mario Fontana “Turchi”. L’accordo per lo scambio fu raggiunto dopo una settimana. Il merito fu soprattutto di Fontana e del Vescovo.

LA SALVEZZA E LA LIBERAZIONE DI PONTREMOLI
Nell’estate 1944 nella zona della Cisa si insediarono le brigate “Beretta” -guidate dai fratelli Gino e Guglielmo Cacchioli- che ebbero stretti legami con la Resistenza spezzina. Assunsero poi il nome di Divisione “Cisa”. Il 25 aprile 1945 i reparti tedeschi e fascisti presenti in Lunigiana si ammassarono a Pontremoli, ultimo centro prima del passo della Cisa. Minacciarono di distruggere la città se i partigiani avessero tentato di impedire loro il passaggio oltre l’Appennino. Fu per intercessione di Sismondo che il comando della Divisione “Cisa” accettò di non intralciare la ritirata. Pontremoli fu salva. I piloti alleati riuscirono comunque a individuare le truppe in ritirata e a bersagliarle di bombe e mitragliamenti. Al resto pensarono i partigiani parmensi e gli alleati brasiliani e americani, appena le truppe arrivarono in Emilia. Gli alleati e i partigiani entrarono a Pontremoli il 27 aprile.

IL CORAGGIO MORALE DELLE SCELTE SCOMODE
Monsignor Sismondo, ha detto nel convegno pontremolese il costituzionalista Emanuele Rossi, figlio del Pier Luigi autore del libro del 1979, seppe disobbedire agli ordini ogni volta che obbedire sarebbe stato mancanza di coraggio, intervenne per aiutare la popolazione, protestò di fronte alle ingiustizie e alle violenze obbedendo alla propria coscienza prima che alle regole dello Stato quando queste andavano in una direzione contrastante. Obbedire non sempre è virtù, lo dirà don Lorenzo Milani difendendo gli obiettori di coscienza contro il servizio militare obbligatorio. L’eredità di coloro che seguirono il dovere morale prima che obbedire sta nella nostra Costituzione, che è il risultato della lotta di Liberazione. Ha affermato il primato della persona rovesciando il funesto concetto dello Stato fascista che aveva messo il cittadino a servizio dello Stato e delle sue guerre. Ha messo al centro l’eguaglianza e la solidarietà. Per questo Piero Calamandrei educava ad andare nei luoghi dove erano caduti i partigiani per capire la Costituzione. Rossi ha citato “Resistenza e resa”, le lettere dal carcere di Dietrich Bonhoeffer, il teologo luterano ucciso in carcere dai nazisti per avere congiurato contro Hitler. Nei momenti cruciali non servono le ambiguità, ci vogliono uomini schietti, semplici e retti che non tacciono di fronte alle azioni malvagie, sanno disobbedire e avere il coraggio morale delle scelte scomode. Così fu Sismondo.

E’ una lezione attualissima: abbiamo bisogno di una politica, e anche di una Chiesa, che rischi, che contrasti le tendenze dominanti. Oggi il fascismo è una tendenza viva nella società. Abbiamo lasciato che il fascismo diventasse “normale”. Nel Museo Navale spezzino, nell’indifferenza generale, si vendono i gadget con i simboli della “X Mas”. Gli antidoti sono la scuola, la cultura, e una politica che torni a parlare di ideali. Che porti nei tempi nuovi gli ideali fondativi della Costituzione antifascista.

Post scriptum
Su persone e temi affrontati in questo articolo si possono leggere, in questa rubrica:
Laura, l’amore perduto e la speranza nella giustizia”, 27 luglio 2014
Tullio, eroe e fuorilegge”, 21 giugno 2015
I ragazzi di Valmozzola e del monte Barca e la Medaglia che ci spetta”, 24 aprile 2016
Il colonnello guerrigliero”, 10 maggio 2015
Il Museo Navale, tra le polene e il teschio nero con la rosa in bocca”, 25 giugno 2017

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