Presentazione di “Sebben che siamo donne. Resistenza al femminile in IV zona operativa, tra La Spezia e Lunigiana”, di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello, Venerdì 15 Dicembre ore 17 Centro Allende
8 dicembre 2017 – 18:30 | No Comment

Presentazione di “Sebben che siamo donne. Resistenza al femminile in IV zona operativa, tra La Spezia e Lunigiana“,
di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello,
Venerdì 15 Dicembre ore 17 Centro Allende
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Il 68, la politica e la società

a cura di in data 16 marzo 2017 – 21:39Nessun commento
Genova, Palazzo Ducale, ingresso alla mostra "Gli anni del 68 - voci e carte dall'Archivio dei movimenti"    (2017)    (foto Giorgio Pagano)

Genova, Palazzo Ducale, ingresso alla mostra “Gli anni del 68 – voci e carte dall’Archivio dei movimenti”
(2017) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 12 marzo 2017

IL 68 A GENOVA E A SPEZIA: UNA PROPOSTA
Ho visitato, a Genova, la mostra “Gli anni del ’68 – voci e carte dell’Archivio dei Movimenti”, organizzata dall’omonima Associazione presieduta dal mio amico Bruno Piotti, un medico tropicalista che mi è stato di grande aiuto durante il mio soggiorno in Africa, per guarire una piccola malattia che avevo contratto. Tra le curatrici della mostra c’è anche Francesca Dagnino, un’amica con cui ho fondato Januaforum, l’associazione dei cooperanti liguri, per cui non potevo mancare. Ma la mostra meritava davvero di essere visitata: non a caso ha avuto un grande successo. Francesca mi ha spiegato innanzitutto il titolo: “Gli anni” al plurale, sia perché in Italia c’è stato un lungo 68 durato dieci anni, sia perché a Genova il 68 è cominciato prima, il 30 giugno 1960, quando la città scese in piazza contro il Governo Tambroni e l’annunciato congresso del Msi. Dopo la cronologia, la mostra si apre con nove collage e nove video contenenti le interviste ad alcuni dei fondatori dell’Archivio, che raccontano come e perché hanno conservato il materiale documentario. Le altre stanze sono dedicate ai temi che hanno caratterizzato quegli anni: il volantino, allora il principale mezzo di comunicazione, le occupazioni di scuole, università e fabbriche, le lotte operaie, la critica all’autoritarismo di scuola, famiglia e Chiesa, la scoperta dell’assemblea, diventata momento esclusivo di rappresentanza. Poi i cattolici del dissenso, il movimento femminista, quello gay e lesbico, i gruppi extraparlamentari, tutti scomparsi tranne Lotta Comunista, ancora oggi ben radicato a Genova e in tutta la Liguria, Spezia compresa. Ci sono Vietnam, Palestina, Portogallo, Grecia: tutte le lotte di solidarietà internazionalista dell’epoca, con il ricordo di Kostas Georgakis, lo studente che nel 1970, davanti a Palazzo Ducale, a pochi metri dalla sede della mostra, si diede fuoco gridando libertà per la Grecia. Fino all’ultima stanza, la più difficile e dura, dedicata alle forme della violenza. Nel complesso più di 600 documenti: volantini, manifesti, fotografie. Una mostra con finalità didattiche ma anche di stimolo per dibattiti e riflessioni su un periodo chiave della nostra storia recente. Per “la decifrazione di ciò che noi siamo alla luce di ciò che non siamo più”, come scrive Bruno Piotti nell’altrettanto interessante libro-catalogo, che integra e completa la mostra.
Una proposta: la mostra potrebbe essere allestita anche a Spezia, magari nel 2018, l’anno del cinquantenario. Ma dovrebbe essere arricchita da una sezione dedicata al 68 spezzino. Chi ha lottato in quegli anni spesso ha conservato documenti: dovrebbero essere raccolti in un nostro archivio. L’archivio è il depositario, il “corpo” attivo della memoria collettiva. E’ l’unico modo per tutelare la storia di esperienze che il tempo tende a cancellare e a far cadere nell’oblio.
La mostra potrebbe essere preceduta da iniziative in ricordo di Ernesto “Che” Guevara, a cinquant’anni dalla sua morte in Bolivia (9 ottobre 1967). Aveva 39 anni. Aveva abbandonato Cuba quando era al massimo delle gratificazioni come leader della rivoluzione. La coerenza tra il dire e il fare portata alle estreme conseguenze fece di lui uno dei riferimenti del 68 e poi di tutti i movimenti di rivolta successivi. La sua icona resiste a ogni logorio del tempo: il “Che” è per tutti i giovani, anche per coloro che sanno poco di lui, il simbolo della ribellione al potere e dell’indissolubile rapporto coerente tra etica e politica.

IL SENTIMENTO DI RIBELLIONE NON MUORE MAI
La mostra genovese dimostra che il 68 italiano fu un “lungo 68”. Abbracciò un biennio (1968-1969) e arrivò agli anni Settanta. Fu il più durevole e diffuso in Europa. Ma perché quel sogno di maggiore libertà ed eguaglianza fallì? Perché non riuscì a trovare un interprete politico. Fu un limite dei gruppi nati nel 68 ma soprattutto della sinistra e del Pci. Su questo ho scritto molto nei miei libri: rimando solamente al testo “Ricostruire la sinistra”, saggio introduttivo a “Non come tutti”, ora leggibile su www.associazioneculturalemediterraneo.com.
E oggi? Ci sono le condizioni per recuperare quello spirito di ribellione? Perché no? Oggi più di allora il mondo avrebbe bisogno di “rivoluzione”. Di una rivolta della ragione contro quell’1 per cento della popolazione che possiede più ricchezze del restante 99 per cento (Rapporto Oxfam 2016). Cito solo il problema della diseguaglianza, perché è il principale ed è alla radice di tutti gli altri, terrorismo e guerre comprese, come ha spiegato lo storico Franco Cardini agli studenti dell’Istituto Fossati nell’incontro di qualche giorno fa organizzato dall’Associazione Culturale Mediterraneo. Valgono per tutti noi le parole del neuroscienziato Lamberto Maffei nel suo libro “Elogio della ribellione”, di cui ho scritto negli articoli dedicati al vecchio e al nuovo anno: “Io vecchio non mi sento in armonia con questo mondo. Tuttavia, debole ma forte di speranze e di propositi, provo un sentimento di ribellione contro l’ingiusto, il brutto che mi sembra di veder crescere nel mio prossimo e in me stesso”.

Genova, Palazzo Ducale, mostra "Elliott Erwitt Kolor", fotografia di Ernesto "Che Guevara    (2017)    (foto Giorgio Pagano)

Genova, Palazzo Ducale, mostra “Elliott Erwitt Kolor”, fotografia di Ernesto “Che Guevara
(2017) (foto Giorgio Pagano)

LA POLITICA ITALIANA E L’ORIZZONTE CHE NON SI VEDE ANCORA
La storia corre e la politica annaspa, quella di destra come quella di sinistra. Problemi spaventosi stanno davanti a noi. Altro che il destino di Renzi, o di Orlando, o della Raggi… La diseguaglianza, ma anche le mutazioni straordinarie indotte dall’evoluzione tecnologica: le macchine costruite dall’uomo si rivolgono contro di lui e lo sostituiscono. In questo presente così difficile il referendum del 4 dicembre ha rappresentato un punto di svolta, in controtendenza rispetto alle idee finora dominanti: la governabilità che è più importante della rappresentanza, la minoranza che diventa maggioranza per legge, il partito unico della nazione con l’uomo solo al comando, la messa in discussione delle idee di società e di lavoro legate al dettato della Costituzione… Eppure nei tanti che, come me, si sono dati da fare in questa battaglia, è emerso, dopo la vittoria, un senso di vuoto. Nei comitati per il No molti cittadini si erano ritrovati dopo una lunga solitudine, che ora è tornata a farsi sentire. Certo, i comitati devono continuare la loro attività. Lo stiamo facendo anche a Spezia, con l’impegno per una petizione che propone una riforma della legge elettorale coerente con il risultato del 4 dicembre e per i referendum sul lavoro promossi dalla Cgil (si veda, su questo giornale, l’articolo di Chiara Alfonzetti “Tutela del lavoro e una legge elettorale basata sul sistema proporzionale, il Cdc in prima linea”, 7 marzo 2017). Ma ciò non basta: sentiamo, come dopo il 68, la mancanza dell’interprete politico.
L’assenza di un’analisi autocritica da parte del Pd è stata deprimente. Per molti è irrealistico aspettarsi che questo partito cambi natura. Certamente non serve tornare al Lingotto: nulla del Pd delle origini può aiutare alla ricerca di un’identità perduta. Nel Pd di Veltroni c’era già l’origine del male: neoliberismo, rifiuto del conflitto, leaderismo.
Poi c’è la sinistra. Noi apolidi e senza casa della sinistra, di fronte a ogni refolo di vento, speriamo che agiti la foresta dei pioppi immobili, per ritrovare una casa: ma i diversi tentativi in atto di creare nuove forze della sinistra sono ancora troppo flebili e privi di una relazione di popolo.
C’è, infine, il M5S: ma anche qui sono arrivate delusioni. Come ha scritto Gustavo Zagrebelsky: “Non mi piace l’ostracismo nei confronti dei Cinquestelle. Al pari, pur apprezzando lo spirito di novità che portano nella vita politica, non mi piacciono i settarismi, i riti inquisitoriali che portano alle espulsioni e l’indisponibilità a cercare accordi e mediazioni. In assenza di responsabilità nazionale il M5S potrà ancora gonfiarsi di voti protestatari. Ma attenzione: nella protesta possono confluire cose d’ogni genere, anche contraddittorie e pericolose. La diffidenza reciproca con coloro che potrebbero contribuire a costruire un gruppo dirigente all’altezza della situazione non è un buon viatico per il governo”.
In questo contesto, due tra gli intellettuali che più stimo sono arrivati a conclusioni molto pessimistiche. La filosofa e antropologa Elena Pulcini ha dichiarato: “Mani Pulite è stata inutile, oggi il potere politico è ancor più vorace e disinibito… La deturpazione civile è terribile… Non voterò. Non ci riesco proprio in queste condizioni”. Queste invece le parole del sociologo Aldo Bonomi: “Verrebbe da dire ‘non voglio essere complice di questa economia e di questa politica’. Visto che non trovo un altrove, mi ritiro a coltivare il mio orticello”.

ALZARE LO SGUARDO
Eppure Bonomi non si arrende: invita ad “alzare lo sguardo”, a un “lavoro sociale di lunga lena, prepolitico, di ricostruzione, che vada oltre il nostro circoscritto coltivare l’orto”. Anche don Luigi Ciotti evidenzia che il problema sia non solo politico, ma culturale: “Sicuramente le diseguaglianze vanno combattute sia sotto il profilo etico, perché umiliano la pari dignità delle persone, che pratico, perché disgregano la coesione sociale e il senso di comunità. Ma contestualmente è necessaria una rivoluzione culturale, cioè un impegno educativo di lungo e lunghissimo periodo -non possiamo aspettarci frutti immediati- che ci aiuti a ripensare le basi della relazione umana, della convivenza sociale, dei bisogni essenziali di una persona. Senza questa cornice è difficile che i singoli provvedimenti abbiano effetti al di là della contingenza”. Servono, continua il prete di Libera, due cose: che “i partiti, non solo quelli di sinistra, riscoprano la politica come servizio alla comunità, partendo dai bisogni e dalle speranze delle persone”; e che “la società civile, nel suo insieme, diventi società civile responsabile, mettendosi in gioco in prima persona”. La seconda cosa è la condizione della prima. Se ciò accadrà, molte cose cambieranno. Se ci pensiamo bene, alcune cose stanno già cambiando, proprio per la spinta dal basso proveniente dal referendum del 4 dicembre. Lo vediamo già oggi: lo sfaldamento del Pd, la destra divisa, il M5S che non potrà a lungo restare la forza descritta da Zagrebelsky, la sinistra che prova a rinascere… Siamo passati da uno schema bipolare a uno tripolare, ma si vedono i segni di una crisi anche di quest’ultimo. Tutto è in celere movimento. Ci sono molti spazi per la politica. A patto che sappia ripartire dalla società e dalle persone, e che la società e le persone non smettano di essere esigenti nei confronti della politica.

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