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La disfatta del PD e la crisi della sinistra

a cura di in data 11 giugno 2015 – 08:36Nessun commento
Roma, Luigi Fiori alla manifestazione "La via maestra", 12 ottobre 2013   (2013)   (foto Giorgio Pagano)

Roma, Luigi Fiori alla manifestazione “La via maestra”,
12 ottobre 2013
(2013) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia, 7 giugno 2015 – La disfatta del Pd in Liguria ha due cause sopra le altre. E’ certamente una sconfitta di Renzi Presidente del Consiglio. Le elezioni europee di un anno fa sono sideralmente lontane: gli elettori hanno espresso la loro critica verso il Governo punendo il Pd, ingrossando le fila di un astensionismo mai così selvaggio, premiando la Lega e anche il M5S, che pur perdendo voti rispetto alle europee ottiene comunque, per la prima volta, un risultato generalmente positivo in elezioni locali. L’astensionismo c’era già stato nelle elezioni emiliane, ma allora fece comodo al premier, perché il Pd perse voti meno di tutti gli altri: questa volta, invece, ha punito proprio Renzi, impedendogli di reagire all’avanzata leghista e alla tenuta grillina. Jobs act, Italicum, attacco alla scuola pubblica, questione morale irrisolta, rottamazione dei corpi intermedi sono i tasselli di una “narrazione”, quella del “partito della nazione”, che ha progressivamente allontanato dal Pd un elettorato di sinistra che non può riconoscersi in un impianto “centrista”.

Ma la sconfitta ha chiaramente radici anche locali: segna la definitiva presa di distanza dal “burlandismo”, il sistema dominante che aveva da tempo esaurito la sua spinta propulsiva. Raffaella Paita aveva già imboccato la strada della sconfitta quando si era candidata come “delfina” di Burlando. Poi, pur battendosi con tenacia, è andata sempre peggio: non ha saputo presentare una “narrazione” convincente e non contraddittoria, perché è stata nel contempo burlandiana ma anche renziana, perché ha usato la destra per vincere le primarie ma poi è stata costretta dal suo stesso partito a ripudiare l’alleanza elettorale con la destra e a riscoprire la militanza nelle Feste dell’Unità per riconquistare gli elettori di sinistra… (per l’analisi della vicenda rimando all’articolo di Sandro Bertagna “Basta cordate di potere, così il Pd non riemergerà mai” su Cds di sabato 6 giugno). Ci sono state due occasioni per un atto intelligente e generoso della Paita, che avrebbe forse potuto salvare il Pd dalla sconfitta: dopo le primarie delle alleanze con la destra e dei veleni e dopo l’avviso di garanzia sull’alluvione. L’atto intelligente e generoso che ha saputo fare Rixi verso Toti: il mettere da parte l’interesse personale nel nome dell’interesse più grande della propria parte. Ma sarebbe ingiusto riversare tutte le responsabilità sulla Paita: su Rixi si è imposto Salvini, mentre Renzi e Burlando non hanno affatto suggerito alla Paita, per usare le parole di Luigi Leone su “Primocanale”, l’“umiltà” al posto dell’”arroganza”. E nessun dirigente del Pd ligure ha usato i mezzi necessari -le dimissioni-per far capire a Burlando e ai vertici nazionali che sarebbe arrivata la “tranvata”. Tutto è andato come doveva andare: giorno dopo giorno si sentiva nell’aria, parlando per strada, che il Pd avrebbe perso. Io ho sperato nella Salvatore, ma ha vinto Toti: perché, a differenza dei grillini, ha saputo fare una politica delle alleanze.

L’attacco a Pastorino, individuato come il responsabile della sconfitta del Pd, non ha senso. Io ho criticato per primo il disegno “partitista” da cui è nata la sua candidatura, ma i dati sono chiarissimi: le liste che sostenevano Toti hanno preso il 37,70%, quelle che sostenevano Paita il 30,34%, 7,36% in meno; ma le liste che sostenevano Pastorino hanno racimolato solo il 6,60%! Il voto per il Presidente, data la possibilità di votare in modo disgiunto, è leggermente diverso: 34,44% per Toti, 27,84% per Paita, 6,60% in meno, mentre Pastorino ha preso il 9,41%. Ma la grande maggioranza degli elettori di Pastorino non avrebbe mai votato Paita. Alle europee di un anno fa lista Tsipras e Verdi ottennero il 5,44%: sicuramente questi elettori, che in parte hanno votato Pastorino, non avrebbero mai votato Pd. La verità, come ha spiegato uno studio di SWG, è che la metà dei voti perduti dal Pd è finita nell’astensione, il resto a Pastorino, al M5S e alla Lega.

Roma, Luigi Fiori alla manifestazione "La via maestra", 12 ottobre 2013   (2013)   (foto Giorgio Pagano)

Roma, Luigi Fiori alla manifestazione “La via maestra”,
12 ottobre 2013
(2013) (foto Giorgio Pagano)

Resta da dire dell’operazione Pastorino. E’ evidente che a sinistra del Pd non è nato nulla di significativo, a livello nazionale e nemmeno in Liguria. Ha ragione Massimo Cacciari su “Repubblica”: “La sinistra non c’è. La lista Tsipras è sparita. Se Pastorino avesse preso il 20%, allora sarebbe stato un altro discorso. Ma così no, non succederà assolutamente nulla”. I dati sono impietosi: in Veneto, Campania e Veneto la sinistra è tra l’1 e il 3%, nelle Marche non arriva al 4%. In Toscana arriva al 6%, ma nelle precedenti regionali la sola Federazione della Sinistra superava il 5%. In Puglia, dopo dieci anni di Presidenza Vendola, la sinistra è al 6%. Le liste per Pastorino arrivano al 6,60, ma la sinistra aveva il 7,54% nelle regionali del 2010 e, come ho ricordato, il 5,44% nelle europee del 2014 (42.000 voti rispetto ai 35.000 di domenica scorsa).

La sinistra non riesce ad attrarre i giovani, a recuperare chi si era astenuto o aveva votato M5S, a frenare la fuga dei delusi dal Pd verso l’astensione. Questa sinistra è finita, bisogna pensare a qualcosa di radicalmente nuovo. Era già così nel 2008, quando ci fu la duplice sconfitta del Pd di Veltroni e della Sinistra Arcobaleno dei partitini. Ma oggi tutto si ripete in forme molto più gravi, perché nel frattempo è esplosa la crisi democratica: quando metà elettorato non va a votare non si può che usare questo termine.

Ha ragione Claudio Grassi di Sinistra e Lavoro, uno dei contraenti nazionali dell’accordo su Pastorino: “Gli attuali gruppi dirigenti della sinistra, gli stessi del 2008 e gli unici in tutta la politica italiana a non essere stati cambiati devono farsi da parte… Come in Grecia e in Spagna, occorrono forme nuove e pratiche nuove di fare politica, adeguate ai tempi di oggi”.

Sul “che fare” non ho nessuna certezza. A differenza di un passato recente, non nutro più speranze né in uno “spostamento a sinistra” del Pd né in un “nuovo soggetto” che nasca dalle costole dei partitini. Suggerisco solo due “piste” di riflessione:
1) Maurizio Landini, con la proposta di “coalizione sociale”, sta affrontando la vera questione: il mutamento della composizione sociale, la necessità di riunificare il lavoro e le rappresentanze sociali. Ma la “coalizione sociale” entrerà in rotta di collisione con la sfera della rappresentanza politica ed elettorale e si porrà, prima o poi, il problema di una nuova rappresentanza anche politica ed elettorale, che nulla avrà a che fare con il Pd e con la “zavorra” degli attuali partitini.
2) Il nodo del rapporto con il M5S è ineludibile: l’auspicio è che la spinta sociale porti il movimento -in cui sta nascendo un embrione di classe dirigente che sta acquisendo competenze e autonomia- a “uscire dall’isolamento politico che ha reso finora sterile la presenza pentastellare”, come ha scritto Pierfranco Pellizzetti su Micromega. Ricordiamoci che in Spagna Podemos ha vinto non nelle regioni, dove si è presentato da solo, ma nelle città, dove ha dato vita a coalizioni sociali e civiche molto ampie: il M5S non è Podemos, ma la lezione vale per tutti.

CORAGGIO RAGAZZI!

Dedico questo articolo al mio amico e compagno partigiano Luigi Fiori, un altro degli “ultimi” che ci ha lasciati. Le foto di oggi lo ritraggono in una delle tante belle giornate passate insieme: la manifestazione “La via maestra” a Roma, il 12 ottobre 2013. Martedì 2 giugno, al cimitero di Narbostro a Lerici, eravamo in tanti a salutare Luigi per il suo ultimo viaggio. La sua vita è stata quella di tanti partigiani: un ragazzo cresciuto nel fascismo, che scelse per istinto di rifiutare la dittatura, di prendere posizione contro il fascismo, pur sapendo di rischiare la vita. Erano individui singoli che svolsero una funzione generale, riconquistando la libertà per tutti, e che nella Resistenza unirono la ribellione armata a un’autoeducazione democratica che non avevano potuto avere nel ventennio. Luigi raccontava tutto questo ai ragazzi con una capacità straordinaria: che era stato fascista per ignoranza, che l’8 settembre si era trovato in mezzo a una strada in pigiama da notte, che aveva scelto di andare ai monti contro “i tedeschi che erano i cattivi”. Ai funerali, per un disguido, ho saputo solo al cimitero che avrei dovuto essere uno di coloro che l’hanno ricordato. Ma ero così sopraffatto dall’emozione che non ce l’ho fatta. Spero che mi perdonerai, caro Luigi. Avrei voluto rendere l’omaggio dovuto a tutta la tua vita. Soprattutto avrei voluto dirti che, in questi tempi bui, sei stato un grande esempio di coerenza e di coraggio, senza rassegnarti mai. Alessio di “Archivi della Resistenza” ha letto le tue parole che avrei citato anch’io: “Io non mi arrendo mai, spero che anche questa volta ci se la faccia, magari all’ultimo minuto, a salvare la Costituzione, a salvare quanto di buono c’è in questo Paese. Quando ai monti con la mia brigata subivo un rastrellamento da parte dei tedeschi, che si muovevano in migliaia, ci sbaragliavano (in molti morivano e molti altri dovevano scappare) fino a ridurci a uno sparuto gruppo di uomini. Tuttavia dopo quelle mazzate non ci demoralizzavamo e iniziavamo dal giorno dopo a ricomporre la brigata, finché non tornavamo più forti di prima. E’ successo diverse volte ,ma non mollavamo mai. Ecco è per questo che io dico di non arrendervi mai. Coraggio ragazzi!”

lucidellacitta2011@gmail.com

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