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Alleati e comunisti nella Resistenza

a cura di in data 11 maggio 2015 – 09:23Nessun commento

Il Secolo XIX, 3 maggio 2015 – Leggo, sul Secolo XIX, le critiche che Pasquale Graziano rivolge al mio intervento alla manifestazione del 25 aprile. Contraccambio la simpatia e rispondo sulle tre questioni sollevate.

Ricordare che Spezia fu liberata dai partigiani non significa disconoscere il ruolo determinante degli Alleati sul piano militare. Certo, l’azione di logoramento dei partigiani nei confronti dei nazifascisti non fu irrilevante: ma il loro contributo fu importante non solo sul piano militare ma anche e soprattutto su quello politico e morale. Perché scelsero la libertà contro la dittatura, non si arresero mai e offrirono agli italiani un’alternativa e una speranza per il futuro. Fu questa la loro principale vittoria; ed è la lezione che ci hanno lasciato.

Ancora: sostenere che “la parte comunista combatteva per sostituire una dittatura con un’altra” è un “falso politico”. La svolta nella Resistenza ci fu con l’arrivo in Italia, nel marzo ’44, di Palmiro Togliatti, che disse che bisognava chiamare il popolo alla riscossa e fare l’unità con Badoglio per cacciare i tedeschi. I comunisti -basta scorrere gli organi della stampa clandestina di allora- si battevano per la liberazione nazionale e per l’unità antifascista, non certo per la “guerra di classe”: come dimostrano gli aspri rapporti tra il Pci e frange estremiste che invece volevano scatenarla per davvero.

Circa, infine, la critica a una presunta “visione manichea e moraleggiante del dividere le persone in buone e cattive”, rispondo che la storia è una, e una soltanto. La verità non deve fare paura. Io sono impegnato in prima fila per fare piena luce sulla storia di “Facio”, il partigiano ucciso da altri partigiani comunisti. I silenzi non aiutano la democrazia: per questo critico il gruppo dirigente del Pci spezzino del dopoguerra. Ma la mistificazione aiuta ancora meno. C’è una pietà per i morti -tutti- che la comunità spezzina pratica da decenni, senza odio. Distinguendo però le ragioni per cui quei giovani sono morti. Perché c’è una differenza tra chi ha scelto la libertà, cioè il bene, e chi la dittatura, cioè il male. Come scrisse Italo Calvino: “Siamo tutti uguali davanti alla morte, non davanti alla storia”. Non è da “comunista organico” operare questa distinzione: è di buon senso, è addirittura patriottico. Perché, come ha detto il Presidente della Repubblica, il 25 aprile è il giorno in cui è finita la dittatura e la Patria ha trovato la democrazia e la libertà.

Giorgio Pagano
Copresidente del Comitato Unitario della Resistenza

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