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Combattere le diseguaglianze, il nuovo sogno americano

a cura di in data 16 gennaio 2014 – 10:24Nessun commento

New York, veduta dall’Empire State Building (2008) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia – 12 gennaio 2014 – L’elezione a Sindaco di New York del democratico Bill de Blasio segna l’inizio di un nuovo “grande esperimento” politico, economico, sociale, di un nuovo “sogno americano”: la lotta alle diseguaglianze. “La nostra missione -ha dichiarato de Blasio appena eletto- è quella di dare a tutti le stesse opportunità e di combattere le diseguaglianze ogni ora, ogni giorno, in ogni quartiere, in ogni angolo della città”. Il suo programma è chiaro: costruire 200.000 appartamenti di edilizia popolare, rendere gratuiti i servizi di doposcuola, aprire nuovi asili nido, aumentare il salario minimo “vitale” a 11,50 dollari l’ora (contro i 7,25 attuali). Le coperture finanziarie arriveranno da un aumento delle imposte comunali per i cittadini più abbienti; altro denaro arriverà dalle limitazioni delle charter school, le scuole gestite privatamente con i fondi pubblici.

Ciò che apparentemente sorprende è che la svolta è arrivata in una metropoli per molti aspetti rinata e vivificata dall’ “esperimento” precedente, cioè la cura di Michael Bloomberg, Sindaco per tre mandati (12 anni). Ne scrissi 5 anni fa (“Il sogno di New York: più verde e più grande. Merito di un Sindaco e dei suoi cittadini”, Il Secolo XIX, 1° ottobre 2008, ora in www.associazioneculturalemediterraneo.com), e a qualche distanza di tempo non posso che confermare: il bilancio di Bloomerg è per molti aspetti positivo. Portano la sua firma 900 chilometri di piste ciclabili, 300 ettari di nuovi spazi verdi, un milione di alberi in più, i matrimoni gay, la lotta alla lobby delle armi e a quella del junk-food (cibo spazzatura), gli investimenti nella cultura, l’apertura all’immigrazione, la maggiore sicurezza… Tante cose ammirevoli, ma insufficienti perché incapaci di contrastare le diseguaglianze e le povertà. Già nel 2008 criticavo il crollo dell’edilizia popolare e il fatto che ai 35.000 senzatetto fosse riservata solo la “carità” nei rifugi. La “grande crisi” sopraggiunta nel frattempo ha aggravato tutto: i senza tetto sono al massimo storico di 52.000, e la mancanza di case popolari ha continuato ad espellere il ceto medio-basso non solo da Manhattan, ma anche da Brooklyn, Queens, Harlem… E ora che a New York la “grande crisi” sembra un fenomeno lontano, le tendenze precedenti si sono amplificate: “nessun’altra città americana raggiunge questi estremi di ricchezza e povertà”, scrive Federico Rampini nel suo libro “Banchieri”. I nuovi impieghi sono o strapagati o sottopagati: nel mezzo c’è poco. Le assunzioni si sono concentrate nei mestieri meno remunerati: camerieri, fattorini, infermieri, commesse. Sono scomparsi 50.000 bancari, e tutte le professioni “di mezzo” continuano a subire un’emorragia. Rampini documenta il peggioramento delle diseguaglianze sociali, già estreme, in tutti gli Stati Uniti: una volta finita la recessione americana, nei primi due anni della ripresa la totalità degli aumenti di reddito è stata catturata dall’1% dei più ricchi. Alla faccia di Occupy Wall Street, il movimento contro le diseguaglianze. I redditi dell’1% che sta in cima alla piramide sono saliti dell’11,2% in un biennio; quelli del rimanente 99% sono scesi dello 0,4. Le tendenze sono ancora più divaricate se, anziché i redditi, si osservano i patrimoni: la ricchezza del 7% di famiglie più abbienti si è rivalutata del 28%, mentre quella del rimanente 93% è scesa del 4.

New York, il Secretarial Building delle Nazioni Unite (2008) (foto Giorgio Pagano)

La vittoria di de Blasio nasce in contrasto con questa realtà, e con la cultura politica finora prevalente, quella secondo cui la povertà newyorchese va combattuta con la filantropia. Il nuovo Sindaco ritorna invece all’insegnamento di Keynes: nell’interesse stesso della crescita capitalistica, i salari alti sono più utili della carità. E non è il solo: la California, il più grande Stato americano, aumenta le tasse sui ricchi, mentre lo stesso Obama afferma che la diseguaglianza economica costituisce la “questione decisiva del nostro tempo”.
Quanta differenza con la vecchia Europa e con il nostro Paese! Parlare di lotta alle diseguaglianze viene considerato un anacronismo, il rimasuglio di ideologie fallimentari, salvo scoprire che i Paesi più competitivi (Europa del Nord) sono i meno diseguali del pianeta. Si può voltare pagina se si comprende che la questione delle diseguaglianze non è marginale, ingigantita dai “patiti” della giustizia sociale, ma una questione appunto “decisiva”, perché è un ostacolo strutturale che impedisce il buon funzionamento dell’economia e della società. Dobbiamo quindi demolire l’idea sbagliata secondo cui la diseguaglianza favorisce la crescita: in realtà, all’opposto, ha innescato la crisi e ha intralciato la crescita, togliendole il carburante principale, cioè il consumo dei lavoratori e del ceto medio, legato al potere d’acquisto. L’altra idea sbagliata da demolire è quella secondo cui ciò che conta non è la diseguaglianza ma la mobilità sociale, cioè la possibilità del figlio del povero di diventare ricco. In realtà tra diseguaglianza e bassa mobilità sociale vi è un intreccio perverso, che intrappola tanto gli Stati Uniti quanto l’Italia, Paesi molto diseguali e molto immobili. Qui si inserisce la questione del “merito”, sulla quale si è costruita una retorica fondata su un’altra idea sbagliata. Sia chiaro, in una società come la nostra, dove contano molto le clientele e le parentele, il richiamo al merito è sacrosanto. Ma è un fatto di legalità, non di giustizia sociale. La questione decisiva è che il merito richiede molta attenzione alla distribuzione eguale delle condizioni di partenza. Per questa ragione un pensatore “liberal” come John Rawls non credeva che una politica di giustizia sociale potesse partire dal merito, ma semmai dall’eguaglianza di opportunità e delle condizioni di formazione delle capacità necessarie per la gara della vita; e considerava il merito come la conseguenza di un ordine sociale giusto. Come scrive Nadia Urbinati: “senza l’accoppiamento con l’eguaglianza il merito non è un valore di giustizia”.
L’esperienza del biennio post recessione negli Stati Uniti ci dice che non sarà la crescita a ridurre le diseguaglianze, anzi. E il programma di de Blasio ci invita a non concentrarci esclusivamente su chi sta peggio, identificando la lotta alle diseguaglianze con la lotta alla povertà. Non bisogna agire solo sui gradini più bassi, ma anche su quelli più alti. Perché accontentarsi di ridurre le diseguaglianze all’interno del gruppone del 99% al costo di una crescente distanza tra questo gruppone e l’elite dei super ricchi? Serve quindi un cambiamento più radicale, che regoli meglio i mercati e i circuiti dove si formano questi super-redditi. Obbiettivo difficile, se si pensa solamente agli improperi che arrivano a chi osa parlare di patrimoniale o ai veti e alle resistenze che incontra la Tobin Tax, cioè l’imposizione di un prelievo fiscale su ogni transazione finanziaria: appare e scompare, e finisce sempre su un binario morto. Mentre la speculazione finanziaria non conosce tregua.
Ragionando su questi temi comprendiamo tutta la debolezza della politica italiana di questi anni: del berlusconismo ma anche dei suoi avversari, incapaci di proporre idee e valori alternativi. Nelle politiche economiche e sociali c’è sempre stata una pessima continuità: uno che era precario con Berlusconi lo è rimasto con Monti e lo è ancora oggi con Letta. Anzi, in questi vent’anni la precarietà è aumentata, i salari sono costantemente diminuiti, le diseguaglianze sociali si sono divaricate. Ed è per questo che la parola “sinistra” ha perso di significato e fascino nella percezione delle persone. Il mio amico don Gallo mi scriveva: “la Sinistra è quasi fuori dalla storia”. Aveva ragione. Eppure qualcuno dovrà pure dare voce, nel nome del valore dell’eguaglianza, ai milioni di italiani che stanno male e che staranno peggio. La sinistra è un fatto sociale prima ancora che politico. Ora la rappresentanza politica di questo “fatto sociale” è “quasi inesistente”. Ma il vuoto non esiste a lungo: prima o dopo la sinistra politica dei tempi nuovi rinascerà. Dipenderà da quello che accadrà nei partiti, ma soprattutto nella società e nelle persone. Perché è solo rimettendo in moto la società e le persone che si può far rinascere la politica, sottraendola alla sua riduzione a oggetto detenuto da una casta al solo scopo di autoriprodursi. La nuova sinistra politica dovrà cambiare tante cose, ma il suo valore di fondo non potrà che essere quello dell’eguaglianza. Dieci anni fa, in questi giorni, ci lasciò uno dei più grandi intellettuali italiani del Novecento, Norberto Bobbio: per lui, liberalsocialista, la sinistra era “il partito dell’eguaglianza”, che dovrebbe favorire “le politiche che mirano a rendere più eguali i diseguali”. Agli ex comunisti che negli anni ’90 pontificavano sulla “rivoluzione liberale”, Bobbio, che non fu mai comunista, diceva che avrebbe preferito che “un grande partito della sinistra risollevasse la bandiera della giustizia sociale”. Fu, purtroppo, inascoltato. Ma è da lì che bisogna ripartire. Ce lo insegna, dall’altro lato dell’Oceano, un Sindaco vittorioso nella metropoli più ricca del mondo con una piattaforma di riformismo radicale, che ha voluto sfidare il dogma per cui la sinistra vince solo se vira al centro e smarrisce la sua identità.

lucidellacitta2011@gmail.com

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