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Un po’ di sole nell’acqua gelida

a cura di in data 30 dicembre 2013 – 10:43Nessun commento

“Tramonti, dove verde e acqua sono una cosa sola”, Mostra fotografica “Verde e acqua”, a cura di Artemisia Servizi Culturali, Castello di Ameglia, 31 maggio, 1 e 2 giugno 2013 (2006) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia – 29 dicembre 2013 – Visitare il carcere, guardare oltre le sbarre un mondo blindato e dolente, è sempre un’esperienza dura. Anche quest’anno sono stato a Villa Andreino nei giorni di Natale, insieme all’amica Alessandra Ballerini dell’associazione Antigone, prezioso strumento “per le garanzie e i diritti nel sistema penale”. Ancora una volta sono stato riscaldato da “un po’ di sole nell’acqua gelida”, per dirla con il titolo di un romanzo della scrittrice francese Francoise Sagan: vale a dire l’umanità e l’intelligenza di chi opera nel nostro carcere, dalla direttrice Maria Cristina Bigi alla Comandante della Polizia Penitenziaria Mariaassunta Magliocca, dai pedagogisti agli agenti, dagli operatori sanitari ai volontari. Come sempre mi hanno accompagnato i vecchi amici pedagogisti Licia Vanni e Agostino Codispoti, con i quali realizzai da assessore, a metà degli anni ’90, il progetto, allora “pionieristico”, di impegnare nella cura dei nostri giardini molti detenuti, alcuni dei quali diventarono, una volta liberi, giardinieri. Licia e Agostino non hanno perso la passione di allora: hanno appena lanciato l’idea di impegnare i detenuti, d’intesa con Provincia, Comune e dirigenti scolastici, in piccoli lavori di manutenzione nelle scuole. Altri carcerati sono impegnati in attività di pelletteria e di saldo carpenteria, altri ancora frequentano corsi di grafica pubblicitaria, e perfino di filosofia, in questo caso grazie all’impegno del professor Giorgio Di Sacco: questa è stata anche la prima, straordinaria, esperienza “da docente” di mio figlio Luca, alle “Vallette” di Torino, e mi ha fatto molto piacere vederla praticata anche nella mia città. Piccoli esempi -“raggi di sole”- della consapevolezza che un carcere violento e disumano fa male all’intera società, e che bisogna occuparsi di chi ha sbagliato garantendogli il diritto di potersi reintegrare tra noi. La detenzione, come dice la Costituzione, deve essere momento e periodo di rieducazione per il reinserimento sociale. Impegnarsi per questo non vuol dire solo investire in civiltà. Non vuol dire solo evitare le sanzioni europee, che pure vanno evitate. Significa anche investire in sicurezza, perché -ce lo dicono i dati- una pena concepita come momento di transizione verso la reintegrazione contribuisce ad evitare recidive e nuovi comportamenti illegali fuori dal carcere.

“Tramonti, foto selezionata per la Mostra fotografica presso il Calandra Institute di New York “L’esperienza del viaggio attraverso i luoghi, le persone, i colori e i sapori del Golfo dei Poeti e del suo entroterra” (2009) (foto Giorgio Pagano)

E tuttavia i problemi sono enormi, anche a Spezia. Ho visto i lavori di ristrutturazione del carcere ultimati: le celle sono radicalmente migliorate, ma gli spazi comuni sono diminuiti. C’è un minuscolo campo di calcio, c’è la cappella, ma non c’è il teatro, non c’è la biblioteca, non c’è un’area verde… Insomma, sono state realizzate più celle a scapito degli spazi collettivi. Oggi i carcerati sono 243, la struttura dovrebbe ospitarne meno di 200: il sovraffollamento esiste anche da noi, anche se non è drammatico come altrove. La maggioranza dei detenuti è straniera (52%), l’età media è bassa, sotto i 35 anni, i tossicodipendenti sono la metà. Sono poverissimi, praticamente non hanno il diritto alla difesa. Ci sono 4-5 casi alla settimana di autolesionismo (tagli, lamette ingoiate…). Pochi giorni fa è deceduto un magrebino di 27 anni, un tossicodipendente che aveva sniffato gas dalla bomboletta che i detenuti usano per riscaldarsi o per bollire il caffè: bisognerebbe toglierle, ma nessuno sa come sostituirle.
La verità è che, nonostante l’umanità e l’intelligenza di molti operatori, le carceri italiane sono alla deriva, retrocesse da anni nell’oblio. L’Italia è al terzo posto dopo Serbia e Grecia per il sovraffollamento, e sempre al terzo posto, dopo Ucraina e Turchia, per numero assoluto di detenuti in attesa di giudizio. L’uso di pene alternative è molto scarso: non a caso quasi un terzo (il 27%) dei detenuti si trova in carcere per una pena inferiore ai tre anni. Una situazione insostenibile. Che ha spinto il Governo Letta, nei giorni scorsi, ad approvare un decreto, che dovrà ora passare all’esame del Parlamento, per ridurre le entrate in carcere: ancora “un po’ di sole nell’acqua gelida”. Dietro le sbarre ci sono troppi tossicodipendenti: la creazione, prevista nel decreto, di un autonomo reato di piccolo spaccio punito con pene più lievi delle attuali, renderà loro accessibili misure alternative come l’affidamento terapeutico. Dietro le sbarre ci sono troppi imputati: l’attesa del loro giudizio potrà avvenire fuori dal carcere mediante sorveglianza elettronica, modalità che solo in Italia poco ha funzionato e molto è costata. Dietro le sbarre ci sono troppi extracomunitari: il decreto amplia la platea di coloro che potranno essere espulsi invece che reclusi. Per la prima volta dopo molti anni il Governo, anche per gli “strattoni” del Presidente della Repubblica, va chiaramente nella direzione di una diversificazione della risposta punitiva, nella prospettiva di una concezione del carcere che per primo il cardinale Carlo Maria Martini, e molti dopo di lui, definì come “extrema ratio”. Tuttavia sono solo piccoli passi. Bisogna essere prudenti nell’ottimismo: sia perché le misure alternative sono laboriose e necessitano di attenzione alla singolarità dei casi e delle situazioni; sia perché alcune soluzioni -il braccialetto elettronico, l’espulsione- in passato si sono rivelate velleitarie; sia perché secondo stime ministeriali, convertito il decreto, l’attuale sovraffollamento carcerario di 27.000 posti diminuirà di sole 3.000 unità. Servono misure strutturali che decongestionino le carceri modificando radicalmente due leggi “riempi carceri”: la Bossi-Fini sull’immigrazione e la Fini-Giovanardi, che ha equiparato le droghe leggere a quelle pesanti, portando in carcere dal 2006 ad oggi 120.000 persone, che sono seguite da strutture spesso inadeguate per mezzi e personale. La riforma carceraria è oggi strettamente legata, dunque, alla riforma delle politiche dell’immigrazione e delle politiche di contrasto alla tossicodipendenza.
E se, in questo quadro, per fronteggiare l’emergenza, servissero mirate misure di clemenza? Io credo che, se fossero inquadrate appunto nell’ambito di provvedimenti strutturali di riforma e se escludessero reati di particolare gravità e allarme sociale, il Parlamento dovrebbe, con serietà e responsabilità, attivarle. Perché non sarebbero atti di debolezza ma di forza, coraggio e speranza.

lucidellacitta2011@gmail.com

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