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Contro la Expo galleggiante di armi

a cura di in data 16 dicembre 2013 – 11:07Nessun commento

Il Tinetto,il Tino,la Palmaria e Portovenere al tramonto da Montemarcello (2013) (foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia – 15 dicembre 2013 – Sembra impossibile, eppure è vero: in un Paese pieno di rabbia e di rancore, in cui il 18% della popolazione è a rischio povertà, in cui diminuiscono tutte le spese e non si trovano risorse per il lavoro o per il welfare, le spese militari, invece, aumentano. L’indignazione per questo scandalo mi ha portato, qualche giorno fa, a partecipare, insieme agli amici del Coordinamento spezzino per la pace, a una manifestazione silenziosa di protesta contro la missione della portaerei Cavour, che è in viaggio per il mondo a promuovere anche la vendita di armi, in parte a nostre spese (il resto lo pagano le industrie). Ho ben chiaro, anche perché conosco bene l’economia spezzina, che non si tratta di smantellare uno dei pilastri dell’economia di un Paese, la Difesa. Ma sono convinto che dobbiamo orientare e selezionare gli investimenti in funzione del ruolo che l’Italia intende avere sullo scenario internazionale. Un ripensamento da collocare in una chiave europea, sviluppando per esempio una difesa integrata euro mediterranea, sul modello della missione Onu nel Libano, in cui abbiamo un ruolo prezioso. Ha sempre più senso la costruzione di una difesa comune europea, che significherebbe razionalizzazione dei costi e quindi forti risparmi, oltre che una emancipazione dell’Europa dagli Usa. E invece si spende di più, e in modo clamoroso, per tutto, dai caccia alle navi, dai blindati agli elicotteri. Grazie a un trucco: i soldi non ricadono solo sul Ministero della Difesa, ma anche su quello dello Sviluppo economico. E si comprano armi assai poco coerenti con una politica estera e della difesa che dovrebbe perseguire obiettivi di pace, cooperazione e prevenzione dei conflitti: si pensi ai cacciabombardieri F35, per cui spendiamo ben 14 miliardi di euro, che sono adatti per funzioni di attacco in teatri di guerra e abili a trasportare testate nucleari. E che per giunta hanno evidenziato enormi problemi tecnici, tanto che alcuni Paesi si sono ritirati dal programma. Questi 14 miliardi sono un lusso che non possiamo permetterci, così come il costo della Cavour Expo galleggiante di armi, e di tanti altri progetti di riarmo in cui siamo impegnati. Sono risorse che andrebbero spese per il lavoro e il welfare, per dare ossigeno a un Paese in cui tanti non ce la fanno più.

Il Tinetto,il Tino,la Palmaria e Portovenere al tramonto da Montemarcello (2013) (foto Giorgio Pagano)

Ma in piazza, quel giorno, mi ha portato anche l’indignazione per un altro scandalo. La Cavour sta facendo tappa in Paesi caratterizzati da regimi dispotici, con gravi deficit di libertà democratiche e con basso livello di sviluppo umano, situati in aree dove ci sono conflitti in corso. Ben 12 su 18 degli Stati ai cui Governi stiamo presentando il campionario di armamenti italiani sono definiti dall’Economist come “regimi autoritari”, una buona parte di essi presenta livelli di spese militari tra i più alti al mondo, mentre in 8 su 18 Paesi il livello di sviluppo umano è tra i più bassi. Conosco un poco, per il mio impegno nella cooperazione internazionale, alcuni di questi Paesi, e so bene che noi, andando là a vendere armi, provocheremo un ulteriore aumento delle loro spese militari, una diminuzione dei loro investimenti nel sociale e un’ulteriore crescita della povertà, soprattutto in Africa. Qualche industria bellica farà qualche profitto in più, ma essi ricadranno sulla nostra collettività per le spese per i soccorsi e gli aiuti ai profughi delle guerre e della miseria provocate dalle nostre armi!
Ma non arrendiamoci. La mobilitazione può incidere: proprio in questi giorni in Commissione Bilancio della Camera è stato approvato un emendamento -primo firmatario Giulio Marcon di Sel- che esclude ulteriori spese nel 2014 per gli F35. Un piccolo segnale in controtendenza, che fa ben sperare.
La questione delle spese militari è decisiva, è la cartina di tornasole di una politica che voglia davvero cambiare il Paese. Nel Pd c’è stato, domenica scorsa, un ciclone straordinario: quasi tre milioni di persone al voto, in grande maggioranza per Matteo Renzi. E’ finita una storia, iniziata oltre vent’anni fa: quella della straziante metamorfosi del Pci-Pds-Ds-Pd. E ne comincia un’altra, del tutto nuova. In questi giorni c’è chi è entusiasta del nuovo Pd, c’è chi non lo è e propone di far vivere una sinistra nel Pd, c’è chi vuole costruire una sinistra nuova che si allei con il Pd, e c’è infine chi questa sinistra nuova la vuole alternativa al Pd. Io ho solo una certezza: prioritari sono i contenuti, cioè l’agenda del cambiamento. Non basta dire: “Io cambio tutto”. In quale direzione? Servono grandi idee, serve una rotta. In questa rotta ha ancora un senso l’insegnamento di Sandro Pertini, Presidente partigiano: “Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgenti di morte, si riempiano i granai, sorgenti di vita per milioni di vite umane che lottano contro la fame”.

lucidellacitta2011@gmail.com

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