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Renzi, Burlando e il dibattito che non c’è

a cura di in data 30 ottobre 2013 – 15:48Nessun commento

Il Blog di Mastro Geppetto – 29 Ottobre 2013 – Nelle scorse settimane le questioni riguardanti l’indulto e l’amnistia sono state al centro del dibattito politico. A seguito dell’invito alle Camere da parte del presidente Napolitano di valutare queste ipotesi come mezzi per far fronte alla tragedia dell’invivibilità delle carceri, Matteo Renzi si è subito smarcato. Secondo il sondaggio di Ixè per Agorà-Rai3, le affermazioni di Renzi sono state condivise dal 69% degli italiani, mentre un 25% si è ritrovato nelle posizioni del Capo dello Stato. Questo esempio spiega bene le ragioni del successo del Sindaco di Firenze. Emanuele Macaluso, su Repubblica, ha commentato così: “Renzi ragiona per sondaggi, per puro calcolo utilitaristico. Si preoccupa di acchiappare il massimo del consenso possibile, da qualunque parte provenga, ma poi se ne frega delle conseguenze sulle persone in carne ed ossa”. In questo caso “se ne frega della condizione di sofferenza dei detenuti, dello spaventoso sovraffollamento, di come si vive e si muore nelle carceri italiane”. Macaluso ha aggiunto: “Un segretario così non risolve i problemi del Pd, ma glieli procurerà”. Una cosa è certa: nel Pd urge un dibattito politico sulle questioni di merito, che invece è sostanzialmente assente. O quantomeno stenta ad entrare nel vivo, nonostante si sia avviato il congresso, cioè la sede principe per il dibattito politico.

La stessa cosa vale per la Liguria. Si pensi all’intervista a Repubblica Genova del Presidente della Regione Claudio Burlando: “nel Pd si deve cambiare tutto per far spazio a una nuova generazione… la strada per vincere è svoltare, osare, cambiare”. Il modello è il 1989, il superamento del Pci: “senza un nuovo 1989 noi siamo morti”. Da qui l’appoggio a Renzi, e per la Regione l’auspicio che, con le primarie, arrivi qualcuno con le caratteristiche di Renzi. E’ l’approccio che prevale nel Pd: via libera all’ex rottamatore, in assenza di un dibattito politico sull’identità del partito e su come essa si riflette sulla vita delle persone, per dirla con Macaluso.
Stiamo assistendo a un moto quasi plebiscitario basato sulla insoddisfazione e la sfiducia nei confronti del gruppo dirigente storico, in gran parte ex Ds, e sulla speranza di vincere con Renzi. La pars destruens del ragionamento non fa una grinza: in vent’anni il gruppo dirigente storico ha combinato veramente poco, come dice Burlando. Ma proprio per questo non mi convince il “modello 1989” che lui propone: allora emerse una nuova generazione, che coincide esattamente con il gruppo dirigente storico responsabile della sconfitta. Perché quella nuova generazione fallì? Perché non costruì, dopo il Pci, il partito riformista e socialista di cui l’Italia aveva bisogno, e diede vita a una forza dall’identità incerta: fu per questo che l’ondata neoliberista non trovò molti argini lungo il proprio cammino. Prevalsero la subalternità e il conformismo. Fino alla nascita del Pd, che doveva essere un partito “moderato”, travalicante l’asse destra-sinistra. La sconfitta nasce da qui. Ecco perché la pars construens del ragionamento di Burlando fa molte grinze: Renzi assicura certamente quella freschezza e quella novità di cui c’è bisogno come l’aria, ma il suo progetto, nel merito, è davvero in discontinuità con la subalternità e il conformismo del gruppo dirigente storico?
Bersani vinse le primarie (ma poi perse le elezioni per le sue inerzie e reticenze) in contrapposizione alla linea di politica economica di Renzi, basata sull’agenda neoliberista di Monti-Ichino, del tutto insufficiente a fronteggiare la crisi. Vedo che oggi, grazie al nuovo guru Yoram Gutgeld, Renzi tempera il suo liberismo originario con più attenzione alla povertà e al lavoro. Ma è una vera svolta? Il suo programma è molto generico, e non si capisce se il suo Pd stia con Stiglitz e Roubini o con Alesina e Giavazzi. Il problema è che di tutto questo il Pd non discute, e che lo scontro nel partito si riduce sostanzialmente a Renzi, l’ex rottamatore che ha l’appoggio furbo di molti “rottami”, e gli altri, i sostenitori delle larghe intese, che parlano soltanto di stabilità.
Riconosco che i documenti congressuali offrono contributi importanti. Ma in tutti, tranne che in quello di Pippo Civati, c’è la rimozione del presente: il fatto cioè che il Pd governa con il Pdl. E che le larghe intese non possono che produrre politiche di destra e silenziare la libera coscienza del Pd. Non a caso hanno compattato i sindacati nello sciopero contro la legge di stabilità. Mi chiedo come il Pd possa tollerare tutto questo. Non solo: mi chiedo come possa governare con il suo carnefice, considerare cioè come alleato il leader politico che uccise il Governo Prodi comprando quattro traditori per trenta denari.

Un vero dibattito di merito serve anche in Liguria. Non a caso nessuno ha risposto a Burlando: il confronto politico, nel centrosinistra ligure, è rimosso da tempo. Prima ancora delle primarie per scegliere il successore di Burlando, c’è bisogno di un progetto che vada oltre Burlando. Che parta dalle tante cose buone dell’esperienza di governo degli ultimi dieci anni, ma anche dal necessario rinnovamento. Innanzitutto sul punto del modello di sviluppo. Non possiamo non riflettere su alcune questioni rispetto alle quali serve cambiare rotta. Tre esempi per tutti: il sacrificio di chilometri di costa per attrarre investimenti immobiliari e rilanciare la nautica, e poi ritrovarsi con troppo cemento e benefici inferiori alle attese; la conservazione di centrali a carbone che hanno un impatto troppo pesante su ambiente e salute; l’assenza di una “visione” e di una “governance” adeguate su turismo e cultura, gli assi portanti del futuro. C’è poi la questione, connessa, delle alleanze. Si è visto dove ha portato la linea di allearsi con quasi tutti: le dimissioni, perché indagati, di due Vicepresidenti della Giunta; il coinvolgimento di molti consiglieri di maggioranza, compreso il Presidente del Consiglio Regionale, nell’uso a fini privati di denaro pubblico… Facciamo le primarie, certo. Ma per far cosa?

Giorgio Pagano

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