Presentazione di “Sebben che siamo donne. Resistenza al femminile in IV Zona Operativa, tra La Spezia e Lunigiana” di Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello – Domenica 14 Ottobre ore 16.30 a Calice al Cornoviglio
9 ottobre 2018 – 20:40 | No Comment

Presentazione di “Sebben che siamo donne. Resistenza al femminile in IV Zona Operativa, tra La Spezia e Lunigiana“di Giorgio Pagano e Maria Cristina MirabelloDomenica 14 Ottobre ore 16.30Calice al CornoviglioCastello Doria Malaspina
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Il capitano che si batteva per la felicità

a cura di in data 12 agosto 2013 – 09:09Nessun commento

“L’isola del Tino dall’isola Palmaria”, mostra fotografica “Porto Venere sopra e sotto il mare”, Porto Venere – Sala Mantero – 11-20 agosto 2013 (2013)(foto Giorgio Pagano)

Città della Spezia – 11 Agosto 2013 – Tra le manifestazioni più belle e coinvolgenti del nostro territorio c’è sicuramente Mama Africa: un meeeting che si è tenuto per sette anni, ogni estate, a Mulazzo in Lunigiana, e che quest’anno si è trasferito a poca distanza, a Filetto di Villafranca. Spettacoli, dibattiti, cucina, artigianato, corsi di musica, percussioni, danza e teatro, un villaggio per bambini, un campeggio: Mama Africa è tutto questo e altro ancora. In un Paese che si sta rinchiudendo in se stesso, e in cui gli spazi per l’incontro, la curiosità, l’accoglienza, la voglia di capire si stanno progressivamente riducendo, il meeting è davvero un bel segnale “in direzione ostinata e contraria”. L’ultima edizione è stata costruita attorno alla figura di Thomas Sankara: vedere centinaia di giovani, tutti con la maglietta con il suo volto disegnato, assistere a iniziative a lui dedicate mi ha commosso, perché temevo che la sua vicenda luminosa e breve come un lampo fosse stata dimenticata. E invece non è così, per fortuna. Perché Thomas Sankara è ancora un attualissimo punto di riferimento per chi si batte per un futuro di pace e di giustizia in Africa.

“Cadimare nascosta”, presentazione fotografica multimediale a cura del Gruppo Fotografico Obiettivo Spezia, Cadimare – Sagra dell’anciua – 13 agosto 2013 (2013) (foto Giorgio Pagano)

Sankara è stato un militare e uomo politico burkinabè. Cambiò il nome di Alto Volta in quello, originario, di Burkina Faso, che vuol dire “terra degli uomini integri”; ne fu il primo Presidente, e si impegnò molto in favore di riforme radicali per eliminare la povertà. Tutto ciò contribuì a farlo considerare e soprannominare “il Che Guevara africano”: con Nelson Mandela è stato il leader africano più carismatico del XX secolo. Nel 1983 guidò la rivolta popolare che lo portò al governo: fu un’esperienza straordinaria, scomoda e potenzialmente contagiosa. Per questo fu fermata con la violenza. Sankara fu ucciso il 15 ottobre 1987, a soli 38 anni, insieme a dodici ufficiali, in un colpo di stato organizzato dal suo braccio destro Blaise Compaorè, attuale Presidente del Burkina Faso, con l’appoggio dei servizi segreti di Francia, Stati Uniti d’America e Libia.
In soli quattro anni e mezzo realizzò grandi obbiettivi. Il giovane capitano-presidente era uomo di grandi parole e di fatti concreti. “Vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo”, in un Paese che era un “concentrato di tutte le disgrazie del mondo” (aspettativa di vita di 40 anni, 98% di analfabetismo, scarsità di acqua) nel quale però “donne, bambini e uomini hanno deciso di prendere in mano il proprio destino” (dal discorso all’Assemblea dell’Onu nel 1984). Guidò un popolo fatto al 90% di contadini e donne oppresse nel tentativo di fuoriuscire dalla miseria, con uno sviluppo autonomo, partecipato, egualitario, ecologico. Costruì la ferrovia di comunicazione tra le due principali città del Paese, rilanciò l’artigianato tessile locale, emancipò le donne e i bambini con la realizzazione di progetti di alfabetizzazione e la costruzione di scuole rispettose dello stile e delle tradizioni del Sahel. Il numero delle scuole elementari raddoppiò e le rette scolastiche diminuirono del 60%. Fu un presidente femminista: “Se perdiamo la lotta per la liberazione della donna avremo perso il diritto di sperare in una trasformazione positiva… una società come la nostra deve lottare contro l’escissione (l’asportazione del clitoride) e ridurre ancora i lunghi tragitti che la donna percorre per andare a cercare l’acqua e la legna”. Inorgoglì i suoi connazionali diffondendo la cultura folklorica locale e ridando splendore al Festival Panafricano del Cinema. Portò i servizi sanitari nei villaggi più sperduti, istituì grandi campagne di vaccinazione, incrementò la superficie coltivata del 40%, dimezzò la povertà e gli riuscì l’obbiettivo di dare due pasti e 10 litri d’acqua al giorno a ciascun burkinabè. Favorì la partecipazione con la “radio entrate e parlate”. Era un cristiano, ma richiamò le alte sfere delle religioni monoteistiche a un maggior rispetto delle religioni ancestrali africane. Era un marxista, ma eterodosso, studioso di Antonio Gramsci, ammiratore del “Che”, lontano dallo statalismo sovietico. Viveva in una semplice casa di tre vani, con moglie e figlio. Vendette tutte le auto blu dello Stato per costruire due ospedali, e viaggiava in una delle cinque Renault 5 del parco macchine nazionale. Si decurtò lo stipendio del 500%, imponendo con il suo esempio il tetto massimo per ogni salario statale. Lottò per l’unità africana e per eliminare il debito estero: “Il debito non può essere rimborsato. Prima di tutto perché, se noi paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, possiamo esserne certi; invece, se paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi”. Ma al tempo stesso tutta l’Africa doveva farla finita con la corruzione, i privilegi e le spese per le armi. Il capitano si batteva per la felicità: “La nostra rivoluzione avrà valore se, guardando intorno a noi, potremo dire che i burkinabè sono un po’ più felici grazie ad essa”.
Conosco un poco l’Africa, terra dell’impegno principale delle associazioni che presiedo, Funzionari senza Frontiere e Januaforum. Alla morte di Thomas Sankara il Burkina Faso ripiombò nel dramma della povertà. Le responsabilità degli enormi problemi del continente sono certamente del neocolonialismo occidentale, e oggi non solo occidentale (si pensi al ruolo della Cina, che acquista le ricchezze naturali africane in cambio di prodotti cinesi: l’essenza del colonialismo), ma anche della parte corrotta e inadeguata delle classi dirigenti africane. Ne è un simbolo Blaise Compairè, l’assassino del capitano, implicato in tanti conflitti africani e in traffici di armi e di diamanti. Sono passati 26 anni, ma Sankara rimane per tanti una specie di parola d’ordine, una guida ancora attuale. Certo, siamo in un’epoca che non attribuisce più alla politica una funzione salvifica: chi parla più di felicità? La politica, nell’epoca della globalizzazione dominata dall’economia, si è ridotta a “tecnica”, a “piccola politica”, a un’amministrazione dell’esistente entro i confini di un pensiero unico che limita di molto le possibilità dell’agire umano. Sankara ci insegna che la politica deve tornare a trovare le ragioni della sua esistenza, ad essere creatrice, a pensare, come lui diceva, che “un mondo nuovo è possibile”. Le robuste passioni civili per la giustizia e l’eguaglianza non sono del tutto tramontate. Il compito della “grande politica” è incorporarle di nuovo. E’ un impegno da prendere sul serio. Se è vero, secondo un’immagine classica richiamata dal filosofo Remo Bodei, che le passioni sono come i venti, allora il bravo politico è colui che sa andare anche contro il vento, navigando di bolina. In politica, come nella vela, la cosa peggiore è la bonaccia, l’assenza di vento, l’assenza di passione.

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