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25 maggio 2020 – 14:23 | No Comment

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Alla ricerca della sinistra perduta

a cura di in data 26 maggio 2013 – 09:19Nessun commento

Il Blog di Mastro Geppetto – 25 Maggio 2013 – La sinistra italiana, che pure esprime Presidenza della Repubblica, del Consiglio, di Camera e Senato, di tante commissioni parlamentari, in realtà non è mai stata così debole: è al minimo storico nella sua capacità di influenza politica e culturale. Il collasso della classe dirigente del Pd ha come epicentro il mancato voto al suo fondatore da parte di 101 franchi tiratori: vale a dire il ribaltamento della sua proposta elettorale e la “resa” al suo avversario storico senza avere neppure il coraggio di dichiararlo. In questo modo Berlusconi, nonostante la sconfitta, ha vinto il dopo elezioni, e il Pd l’ha perso. La Grande Coalizione si regge su rapporti di forza non giustificati dai numeri ma dalla politica del dopo voto, grazie ai quali Berlusconi impone la sua agenda (vedi Imu) e lucra un crescente consenso elettorale, cercando nel frattempo, con la campagna sullo “Statista”, di raggiungere la meta dell’impunità nel giudizio degli italiani.

Si poteva evitare? Molti ritengono di no, che questo rovesciamento abbia ragioni “oggettive”. E’ la resa al “principio di realtà” e al “principio di necessità”, secondo cui non ci sarebbero altre strade. Ma la verità è che le alternative ci sono sempre. Affermare il contrario è affidarsi a un’ideologia che ci consegna alla balia degli eventi, schiacciando ogni progettualità. L’ideologia dei “politici realisti”, che conoscono solo il linguaggio del potere e la retorica dell’”interesse nazionale” e negano la politica come rappresentazione di idee alternative. Perché non proseguire con il “metodo Boldrini-Grasso”? Bisognava rinunciare a Bersani, aprire a una personalità di sinistra per il governo (Rodotà, per esempio) e ad una figura come Prodi al Quirinale, e si sarebbe riaperta la partita del “governo del cambiamento”, inseguita male per due mesi. Il M5S sarebbe stato stretto in una morsa, gran parte del suo elettorato l’avrebbe spinto a rinunciare alla demagogia e all’irresponsabilità. Il cambiamento della sinistra avrebbe comportato il cambiamento del M5S, o di parte di esso. Conosco tutte le obiezioni possibili su Grillo, e in parte le condivido. Ma il punto è un altro: è la rinuncia da parte del Pd ad ogni ambizione “egemonica” (in senso gramsciano), a mettere il M5S in difficoltà con un’iniziativa incalzante, a tentare la “pacificazione” non verso il passato ma verso il futuro, ascoltando il “risentimento” popolare e dandogli una prospettiva ideale e politica. Berlusconi sarebbe finito, mentre oggi incombe più che mai, perché è il suo punto di vista ad essere il fondamento oggettivo della Grande Coalizione. Cresce la spinta verso l’omologazione nazionale, in cui le distinzioni tra destra e sinistra scompaiono e in cui si assorbe ogni spinta “divisiva” (la nuova orrenda parola che connota il lessico politico). Ma mentre la vecchia politica si chiude nel suo recinto, fuori tutto si infiamma. Anche Grillo, quindi, continua ad avere un grande spazio politico. Chi è impoverita è la sinistra, che si ritrova, come mai nella sua storia, lontana dal suo popolo. Che viene spinto, da Grillo come dall’establishment, a dimenticare il conflitto sociale e a prendersela solo con la Casta della politica (che pure esiste) e non anche e soprattutto con i nuovi “padroni” del potere finanziario
Come è potuto accadere? Viene in mente, a dieci anni dalla scomparsa, l’ultimo articolo di Luigi Pintor, grande giornalista e “coscienza critica” della sinistra: “La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette… ha raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra, ma anche al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno…”. Non possiamo più sfuggire alla verità: la crisi del Pd viene da lontano, dall’essiccarsi di Ds e Margherita già a metà degli anni 2000, ed era insita nell’equivoco della sua nascita, l’”amalgama malriuscito” di due partiti spenti e di due classi dirigenti logorate dal tatticismo e sfibrate dalle rivalità interne. Classi dirigenti ormai ridotte a ceto politico. Ed è chiaro che, quando la tua identità è debole e non hai idee forti, sei terra di conquista da parte degli altri, e quindi subalterno al liberismo e al leaderismo della destra. Che fare, allora? Se la crisi del Pd dovesse assumere aspetti distruttivi sarebbe la sconfitta anche di chi, come me, non condivise quella scelta. Occorre impegnarsi in ogni luogo, nei movimenti e nelle esperienze sociali, accanto a Sel o all’interno del Pd, per ricostruire la sinistra. Uno schieramento sociale, politico, culturale alternativo alla destra certamente contrario alla “pacificazione” e all’impunità per Berlusconi, ma non fondato solo sull’antiberlusconismo. Una sinistra insieme laburista ed ecologista. Una sinistra che non voglia rappresentare tutti -perché in questo modo si finisce per non rappresentare nessuno, e alla fine nemmeno se stessi- ma che abbia un suo campo, un blocco sociale sulla base del quale misurare le sue scelte. Un campo che non può che essere quello del lavoro, così devastato in questi anni. Il bacino elettorale della sinistra è troppo ristretto: i giovani, gli operai, i lavoratori autonomi l’hanno abbandonata. E’ da loro, innanzitutto, che si deve ripartire, con un’opera di riunificazione di mondi frammentati che guardi sì agli interessi economici ma che sappia soprattutto ricomporre grazie a una grande “narrazione” politica. Certo, poi si proporranno idee per il Paese tutto e si dovranno fare anche i necessari compromessi. Ma potremo giudicarli accettabili o meno se sapremo chi siamo, e qual è il nostro campo di riferimento. E’ un lavoro di lunga lena, che deve cominciare già oggi con idee e lotte che rompano con l’impianto “asociale” della Grande Coalizione.

Giorgio Pagano

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