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Il mercato d’azzardo di Guido Rossi

a cura di in data 5 maggio 2008 – 12:45Nessun commento

“Quando l’accumulazione di capitale di un paese diventa il sottoprodotto delle attività di un casinò, è probabile che le cose non vadano bene”.

John Maynard Keynes veniva spesso considerato, dai suoi contemporanei, una fantasiosa Cassandra. In realtà i suoi vaticini riletti oggi sembrerebbero usciti dalla penna di un osservatore timido, quasi reticente. Proseguendo l’analisi intrapresa con “II conflitto epidemico” e proseguita con “Il gioco delle regole”, in questa terza parte del suo studio dei mercati contemporanei, e dei meccanismi che li governano, Guido Rossi spinge la sua riflessione all’estremo, dimostrando come nel giro di pochi anni l’apparente contrasto degli interessi si sia trasformato in un paradossale concorso dei medesimi verso un solo, chiaro e pericolosissimo fine: la creazione di un mercato finanziario globale definitivamente separato dall’economia concreta, e quindi sottratto a qualsiasi confronto col principio di realtà. Quali insidie una situazione del genere ponga lo verificano, ogni giorno, i risparmiatori di tutto il mondo. Come e perché abbia senso temere un’implosione di più vasta portata lo scoprirà, con crescente sgomento, il lettore di queste pagine.

Il mercato d’azzardo di Guido Rossi

di Stefano Natoli

Il mercato finanziario globalizzato sta divorando i suoi stessi presupposti, calpestando giorno dopo giorno i principi della democrazia azionaria, dell’interesse sociale, della creazione di valore”. Un capo d’accusa mosso da un comunista di vecchia scuola ortodossa? Nient’affatto. La bocciatura senza appello è mossa da Guido Rossi, un uomo di legge che non ha certo bisogno di presentazioni, ed è affidata ad un volume mandato da poco in libreria da Adelphi. Un volume provocatorio fin dal titolo: ‘Il mercato d’azzardo’. Un mercato in cui la democrazia azionaria è stata sequestrata dalle minoranze che usando impropriamente patti parasociali e scatole cinesi hanno creato un potere senza responsabilità, annullato la funzione delle assemblee e dato vita a una prassi autocratica che calpesta sistematicamente i diritti dei piccoli azionisti. “Perché i nostri mercati approdino a una fase matura – suggerisce l’autore – è dunque necessario bandire qualsiasi forma di controllo minoritario” e superare quella che appare “un’anomalia” tutta italiana.
Riscrivere le leggi societarie, solo il diritto può salvare il capitalismo
La colpa più grave dell’economia delle grandi corporation e degli hedge fund, secondo Guido Rossi, è quella di aver messo in scacco la politica facendola apparire provinciale ed obbligandola ad abdicare ai suoi compiti di indirizzo: “Nei rapporti fra politica ed economia la prima ormai non indirizza più la seconda, le obbedisce senza discutere”. Non solo: “Il nuovo peso e il nuovo ruolo pubblico dell’economia hanno generato una riedizione particolarmente sgradevole, e pericolosa, di quel laissez-faire del quale J.M. Keynes aveva ottimisticamente decretato la fine già nel 1926″.
Lo stesso richiamo alla ‘lex mercatoria‘ sarebbe per Rossi solo “la copertura, nemmeno troppo efficace, di un ‘diritto del più forte’ apertamente contrapposto a quello dello Stato e dei legislatori”.
Il giurista, sostiene l’autore, deve prendere posizione “a favore o contro questa lex”. Anche perché “le leggi societarie e quelle che regolano i mercati eccedono sul piano della quantità, e difettano sul piano della qualità. Vanno dunque ridotte e riscritte” concentrando l’attenzione sul conflitto di interessi, che è poi “la vera matrice di tutte le crisi”.
Accuse decisamente pesanti, quelle mosse da Rossi. Che hanno già fatto e che ancora tanto faranno discutere nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Accuse dirette, senza tanti giri di parole. Come quella secondo cui “nel capitalismo finanziario recente i mercati non sono più i luoghi dell’investimento, ma i teatri della liquidità” e “le bolle speculative non sono alimentate dagli acquisti spericolati di azioni da parte dei singoli, ma dai giochi finanziari degli operatori che agiscono col denaro e i beni di terzi”.
Per fermare i giochi di questo sistema irrazionale, opaco e delegittimato occorre, secondo Rossi, mettere in pratica lo ius cosmopoliticum di kantiana memoria: un diritto universale in grado di travalicare i confini dei vecchi Stati-nazione e di battersi ad armi pari con la finanza globale. Un primo passo, in questa direzione, può essere costituito dalla creazione di ‘un’autorità europea di vigilanza sui mercati finanziari’.
Quanto alla legislazione ordinaria, se la politica rispondesse alla perdita di sovranità con una frenesia normativa commetterebbe un altro errore. Di leggi – sostiene Rossi – ne bastano poche. A patto che siano drastiche. Un esempio? Vietare la circolazione degli strumenti derivati che il risparmiatore sprovveduto viene invitato ad acquistare da banche poco affidabili o intermediari senza scrupoli.
Un saggio shock, “scritto di getto”, come confessa lo stesso autore, che completa una trilogia iniziata con Il conflitto epidemico e proseguita con Il gioco delle regole. Un volume assolutamente da non perdere. Anzi, da conservare fra i libri migliori.

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